Cluny Brown

Cluny Brown, tradotto in italiano con la tipica “locuzione-generica-da-film-romantico” tanto in voga in quell’epoca “Tra le tue braccia” (!?), è un film originale anche per gli standard di Ernst Lubitsch, e scusate se è dir poco. In pieni anni ’30 questo signore ha fatto film dove si parla candidamente di menàge a trois, e ha costruito un’intera carriera holliwoodiana su trame ricche di colpi di scena considerati pruriginosi per i tempi.


La cosa veramente notevole è che diversamente da tante commedie romantiche anni ’30-’40, che oggi ci fanno sorridere per innocenza, quelle di Lubitsch sono ANCORA parecchio pruriginose, anche nei nostri assuefattissimi e strafattissimi anni 2000: perché non si fa mistero di quello che succeda dietro le quinte, che non è un darsi baci a labbra serrate, e nemmeno uno scambiarsi mazzi di primule dietro la schiena.
In questi film si fa sesso, se ne fa parecchio e spesso in maniera un po’ disordinata e promiscua: la cosa è decisamente evidente, anche senza sbattere in primo piano dei nudi frontali con tette.
Il famoso “tocco di Lubitsch” era precisamente questo: far intuire con gran garbo quanto si dessero da fare i personaggi, senza mostrarlo mai. E la censura non centrava nulla: era semplicemente una questione di buon gusto, e di incomparabile maestria di copione (due qualità che il cinema moderno, aggiungo, pare aver dimenticato… ma non divaghiamo!)

Cluny Brown è una ragazza che va contro ogni luogo comune, ogni imposizione sociale, ogni sentito dire. Che non prende la vita per come le viene, e che corre dietro ai suoi sogni, con una violenza e una volontà che hanno davvero poco di femmineo. Ed è una fortuna che ad interpretarla ci sia Jennifer Jones, una delle attrici più dimenticate degli anni ’40, vincitrice di un Oscar per Bernadette e tanto bella da aver stregato anche uno che di dive qualcosa ci capiva, tale David O. Selznick, di cui divenne moglie.
Jennifer Jones ha degli occhi che sono secondi a pochi, un’espressione pepata, un corpo statuario: tutti elementi che fanno piacevolmente contrasto nei panni del “ragazzaccio” che interpreta in questo film. Cluny è nipote di un idraulico ed è una donnina che non si fa problemi a prendere la vita a mazzate: nel senso letterale del termine.

Buona parte del copione si basa sul doppio senso, e bisogna ammettere due verità: la traduzione italiana, ovviamente, è penosa (verità universale numero uno) e il doppio senso, come escamotage comico, in generale, risulta drammaticamente datato (verità universale due).
Ne consegue che il copione di questo film è leggermente meno brillante del consueto per Lubitsch e risulta, ammettiamolo, un po’ irrancidito. Mentre le battute di “Partita a quattro”, che risale al 1933!, paiono scritte ieri, i timidi giochi di parole sui tubi di Cluny Brown sono abbastanza stantii e strappano un sorriso forzato.

Quello che risulta datato è anche buona parte del divario che crea tanto disagio alla protagonista: costretta a fare da cameriera in una rigida magione fatta di ferree consuetudini, dove la servitù è decisamente più snob dei padroni stessi (e chiunque abbia visto Gosford Park sa perfettamente quale fosse l’atmosfera che si respirava allora, fra i “servi”), Cluny sogna di vivere al Ritz e di poter andare oltre alle convenzioni sociali che la legano. Cluny non si sente povera, o donna, o cameriera, o sottoposta: Cluny vuole fare di testa sua, Cluny è solo Cluny, e ogni maschera le si appicci addosso le sta stretta e le scivola via. Va contro tutto e tutti, parla senza pensare, dice le cose come stanno. Indica che il re è nudo, e ride.

Il suo mentore è un mitico Charles Boyer: altro attore dimenticato, ma che quanto a fascino e bellezza non aveva molti paragoni nel cinema degli anni ’40. Nato in Francia, spesso usato in ruoli di fascinoso esotismo, qui interpreta una specie di scrittore russo, decisamente maneggione e assolutamente poco affidabile, che però è l’unica persona che condivide con Cluny l’attitudine di vita spavalda e sopra le righe. Ovviamente i due finiranno insieme, ma solo dopo parecchie peripezie.

Il film è giustamente discusso essenzialmente in relazione alle dinamiche sociali: perché Cluny non vuole fare la serva, perché prende il thè coi padroni, e si rivolge a loro da uguali, perché
percepisce come assurdo e folle ogni tipo di divario fra le classi, ogni forma di demarcazione basata sul reddito e sulla società. Cluny alla fine quel divario lo andrà a colmare, e potrà finalmente dire tutto quel che vorrà senza paura di essere zittita, ma prima che questo possa avvenire dovrà attraversare la massima forma di umiliazione sociale possibile, quella della servitù, così come la massima forma di rifiuto sentimentale.
Perché ogni donna sa che non c’è umiliazione peggiore di quella dell’esser rifiutate da un uomo che non si è mai voluto sul serio, ed è precisamente la situazione in cui si infila la povera Cluny.

Se molte delle situazioni sociali proposte sono penosamente datate e spesso un po’ ovvie, la realtà profonda del film è tanto attuale da risultare quasi sgradevole. Cluny è un personaggio, ancora oggi, antipatico: chiassosa, ciarlona, sopra le righe, violenta, immediata, senza filtri. Cluny parla troppo, Cluny si muove troppo, Cluny cammina male e non sa minimamente filtrare nulla dei propri pensieri e dei propri sentimenti. Cluny rifiuta ogni tipo di pensiero preconfezionato, e vede la realtà con lo sguardo assoluto di un bambino, andando oltre ad ogni barriera e ad ogni sentito dire. Cluny è quello che tutti vorremmo tanto essere: è REALMENTE originale. E lo è senza fare alcuno sforzo, senza metterci nessun impegno. Cluny è davvero fuori da ogni schema: una che fa quello che crede, senza girarci troppo intorno.

La lezione di vita di Cluny resta li, alla fine del film, a beffeggiare il pavido spettatore. Penultimo film di Lubitsch, il tema è sempre lo stesso: ridere del luogo comune, ridere della chiusura mentale, dei benpensanti, degli stereotipi sociali, dei soldi, della nobiltà, della bellezza. Andare contro ad ogni cosa e a tutti, per fare il contrario di quello che si fa, quando si vuole. E non per una timida pretesa di ribellione: soltanto perché è giusto che sia così.
E quando alla fine tutto si risolve e lei si trova ricca e felice, lo spettatore la guarda con fastidio: perché lei è stata abbastanza coraggiosa da provarci e in gamba da riuscirci.

A noi resta solo da spegnere il dvd e tornare a vedere “Amici”.

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