Archive for the ‘recensioni’ category

Il castello errante di Howl, ovvero sulla magia della vecchiaia.

28 maggio 2010

Repost da Altercatio.

Può un cartone animato, tradizionalmente riservato al pubblico dei più giovani, diventare una piccola opera d’arte sulla maturità, che ci ricorda come la vecchiaia sia innanzitutto “una questione di testa”?
E’ quello che sono riusciti a fare Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli con Il castello errante di Howl, cartone animato tratto (con una certa libertà, a dire il vero) dal romanzo omonimo del 1986 della scrittrice inglese Diana Lynne Jones. Era difficile aspettarsi qualcosa meno di un successo dal regista che può vantare ben sette suoi film nei primi quindici posti della classifica dei migliori film animati di tutti i tempi; ma il signor Miyazaki è riuscito di nuovo a stupire anche i suoi fan più affezionati. La storia racconta di una ragazza semplicissima, Sophie, di professione cappellaia, senza alcuna ambizione o pretesa, suo malgrado obbligata a diventare grande di colpo. Anzi, a diventare vecchia.

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Gilda, ovvero: il fascino di un mistero

23 maggio 2010

“Gilda”: il mito di Rita Hayworth, ai massimi livelli, bellissima e maledettamente brava. Un film che ha uno status quasi mitico.

Il poster del film, da DoctorMacro

Da vedere, assolutamente, ma dopo un’attenta e meditata sospensione del giudizio. Questo film non va capito, va gustato. Cercate di seguirne la trama e vi rovinerete buona parte del suo sapore. “Gilda” è in questo aspetto molto simile ad un altro grandissimo capolavoro della stessa annata (correva il 1946), “Il grande freddo”: in entrambi i film la storia d’amore tra i protagonisti si accompagna ad un intreccio di malavita, complotti, poliziotti corrotti e gangster che difficilmente si riesce a seguire. (altro…)

Lo squalo

16 maggio 2010

Ovvero: saper raccontare una storia, prima di ogni altra cosa

Ora, io no voglio sembrare una purista, che fa grette questioni lessicali… ma perché nel passaggio dall’inglese all’italiano, i titoli dei film perdono quasi sempre tutto il loro charme?

Un esempio lampante: “Lo squalo”. Il titolo originale era “Jaws”(“Fauci”): conciso, allusorio, impattante. Non rivelava nulla, ma al tempo stesso solleticava subito la fantasia, andando ad identificare il “pezzo” dell’animale che era la fonte di tutto il terrore, e non altro. “Lo squalo” invece, oltre a vincere il premio come “Titolo meno originale dell’anno”, fa capire subito di che si tratta, e non lascia proprio nulla all’immaginazione.

Va beh, considerazioni lessicali a parte, ammetto di non aver mai visto questo film in 30 anni: una profonda conoscenza della mia personale natura isterica mi ha spinto fin dalla più tenera età ad evitare ogni forma di cinematografia che potesse in qualsiasi maniera impressionarmi. Questo da quando, a circa 8 anni, mi capitò di vedere uno spezzone di Airport ’77, il giorno prima di dover prendere un aereo: incubi, pianti, scene a non finire. Non parliamo di film dell’orrore (avere nozione dell’esistenza di film come “l’esorcista” è più che sufficiente a farmi dormire con la luce accesa), molto violenti (sopporto solo quelli tanto esagerati da far ridere, tipo “Sin City”), o suggestivi quanto a situazioni o scene (ho pianto per due giorni dopo aver visto “Brazil”…).

Tutte queste cose mi hanno spinto ad evitare con cura di vedere “Lo squalo”: già mi immaginavo le scene di panico nella mia spiaggetta pacifica e piena di bambini urlanti in liguria. No, no, no: “Già ora non riesco a nuotare serenamente se non vedo il fondo, figuriamoci se vedo film simili!”

Quindi, cosa mi ha fatto cambiare idea?

Un libro vivamente consigliato!

Un libro fantastico, che ho letto un po’ di tempo fa: “Anni ’70 – la musica, le idee, i miti”, di Howard Sounes. Nel libro vengono trattati, in maniera assolutamente discorsiva e del tutto slegata, una serie di temi, tipici di quel periodo: uno dei filoni più interessanti è proprio quello del cinema, ed in particolare degli adattamenti cinematografici dai romanzi.
Molti dei film di maggior successo di quel periodo sono infatti tratti da romanzi, e quasi sempre da romanzi con un mediocre valore letterario. E’ il caso della saga de “Il padrino”, de “Il giorno dello sciacallo” e de “Lo squalo”.

La descrizione di questo film fatta nel libro di Sounes, la banale constatazione che fu il primo enorme successo di un regista (Steven Spielberg) che di successi ha disseminato un ventennio, e la voglia di prendermi una “pausa contemplativa” da Hitchcock mi hanno convinta: lo davano in tv, e non ho cambiato canale. Ironicamente insieme a me c’era un tenero virgulto, prodotto dell’annata 1970, appunto, che aveva avuto la fortuna di vedere il film al cinema, l’anno in cui uscì. Negli occhi di un bambino di 6-7 anni non si era trattata proprio di una “fortuna”…

La celeberrima, stupenda, locandina

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Rebecca – La prima moglie

9 maggio 2010

Ecco un bell'esempio di attori resi pressochè irriconoscibili dall'artista

A volte le aspettative ci fregano. Non ne avevo nessuna per “Il caso Paradine”, che infatti ho trovato meraviglioso, mentre ne avevo parecchie per “Rebecca”.

Primo film americano di Hitchcock e unico della sua carriera a vincere un Oscar come miglior film, è al 97° posto deo migliori film dell’IMDB e ha una notevole fama anche tra i non appassionate. Ha un cast stellare che vanta due attori insigniti per meriti teatrali dalla Regina in persona (Sir Laurence Olivier e Dame Judith Anderson), Joan Fontaine nell’interpretazione che l’ha resa celebre, George Sanders in una parte sgradevole perfetta per lui e l’ex Sherlock Holmes Nigel Bruce nella parte (elementare!) dell’investigatore. Ha anche una fotografia celeberrima e una direzione artistica che ha fatto scuola, con i suoi interni gotici e la sua ricostruzione meticolosa del “tipici” castello inglese. Le aspettative insomma non mancavano, anzi…

La storia raccontata è senza dubbio unica. Tratto da un celebre romanzo di Daphne Du Maurier, “Rebecca” ha per protagonista una fanciulla giovane, timida, innocente che si trova a perdersi una foresta oscura. Non è un caso se il film è stato definito (da nientemeno che Truffaut) “una fiaba”: gli elementi ci sono tutti. L’eroina senza nome, la strega, gli aiutanti, il principe. (altro…)

Il caso Paradine

5 maggio 2010

La mia tipologia preferita di poster dell'epoca: teste fluttuanti a go-go! Da http://www.doctormacro.com

Prosegue il mio tentativo ormai quasi decennale di vedere tutti i film di Hitchcock… avendo iniziato con i” classici”, sono rimasti in fondo quelli meno noti, come questo. Ovviamente parlare di un film “meno noto” di Hitchcock è un po’ come parlare di una b-sides dei Beatles: ci sono artisti talmente geniali e perfetti che possiamo permetterci di relativizzare, e spacciare come “scarse” opere che in realtà restano grandissime e hanno come unico limite quello di dover stare accanto a “Yestarday”.

E’ un po’ il caso di questo film: il suo unico difetto è quello di non essere un altro Vertigo… ma questo non vuol dire che non si tratti di un’opera davvero affascinante, con delle interpretazioni fortissime e delle scene davvero indimenticabili.

La storia è semplice: nell’Inghilterra degli anni ’40, dove esiste ancora la pena di morte per gli assassini, Gregory Peck è un brillante avvocato, a cui viene richiesto di difendere Alida Valli, donna bellissima ed enigmatica accusata di aver avvelenato il marito, ricchissimo e cieco. “La solita storia”, insomma, il solito giallo, con un finale quasi scontato. Beh, in effetti si. Ma quello che fa la differenza è il modo in cui Hitchcock la racconta, o meglio ancora: il modo in cui la mostra. Perché il fascino di questo film è tutto nella regia: una perfezione maniacale nella costruzione di ogni scena, di ogni inquadratura fanno di una storia banale un capolavoro che va molto al di là del semplice “giallo” avvocatizio.

Hitchcock gioca con gli stereotipi: si compiace della banalità del suo materiale e lo rigira, instillando un continuo senso di ansia e di dubbio nello spettatore. Prende una situazione banale, poi la fa vedere da angolazioni diverse, poi palleggia tra campo e controcampo e ci nasconde gli attori, i loro visi, poi ce li mostra incerti e dubbiosi. E la vera suspense del film è tutta qui, nel continuo senso di dubbio, che porta al limite della paranoia: quella donna è davvero una santa innocente? è davvero una strega colpevole e manipolatrice? ma chi sta manipolando chi? e perché? (altro…)