Porco Rosso

Tra i grandi grandissimi film che illuminano come fari nella nebbia i giorni più bui della mia vita, c’è questo, che a voler essere proprio fiscali è un cartone animato e a voler essere proprio sinceri non ho capito davvero se non recentemente.

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La prima volta in cui ho sentito parlare di Porco Rosso è stato su un giornalino quando ero bambina. C’erano delle immagini del film, o forse la trasposizione per immagini del film stesso, ridotto a “fotoromanzo”… in ogni caso ricordo perfettamente una figura precisa: un personaggio femminile che balza con una grazia naturalissima su un pontile di legno. Particolare autobiografico: ho passato buona parte della mia infanzia sui pontili ed uno dei miei traumi era saltare su e giù. Lo facevo con ben poca grazia e con moltissimo terrore… e forse per quello quella singola semplicissima immagine mi ha colpita così tanto: in quel gesto tanto naturale e aggraziato ci vedevo un miracolo.

Anche se è difficile rendere a parole il tratto distintivo dei film di Miyazaki, penso che quell’immagine, nella sua semplicità, lo interpreti benissimo e dovendolo riassumere in una parola soltanto, sceglierei il termine “grazia”. I film di Miyazaki sono straordinariamente aggraziati, nel senso più intimo e naturale del termine: avere grazia vuole dire muoversi con naturalezza, senza sforzo. E le storie di Miyazaki sono così, tutte.

Eppure forse nessuno dei suoi film ha la magia particolare e accecante di Porco Rosso… che è un’opera di una luminosità abbagliante, dalla prima all’ultima scena.

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Dal suo aprirsi in media res, su una spiaggia inondata di sole dove un personaggio, con il volto coperto da un giornale, dorme su una sdraio. La spiaggia è quella di un’isola segreta del Mediterraneo, “nell’epoca degli idrovolanti” (vistosamente l’Istria nel periodo fra le due guerre, in pieno regime fascista) e il personaggio è il protagonista che vola su un idrovolante rosso, ed è un maiale. E non ci viene detto altro.

Non è un porco in un universo di animali antropomorfi, come quello di Robin Hood della Disney, no no: lui è l’unico con il viso da porco fra tutti gli esseri  umani… che però non sembrano minimamente far caso alla cosa. Per loro è normale sia così e non lo percepiscono nemmeno come sgradevole, anzi: Porco ha successo con le donne, riceve complimenti, nessuno fa battute, è inserito in un contesto sociale. Solo che è un porco.

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E si, a voler proprio investigare si intuisce che il suo essere Porco ha qualcosa a che fare con l’amore e con il suo non lasciarsi andare e non lasciarsi amare… ma nessuno ha la pretesa di spiegare il meccanismo o di trarne metafore e lezioncine morali da due soldi (“l’uomo che non ama non è che un Porco!”): nessuno ha l’arroganza di spiegare nulla.

La grazia di Miyazaki sta anche nell’umiltà sublime e totalmente giapponese con cui racconta le sue storie: non ha la pretesa tutta occidentale di iniziarle, svolgerle e concluderle; non ha alcuna morale, non c’è nessuna premessa. Nessuno ci spiegherà mai perchè Porco è un porco (si chiama Marco e non è sempre stato Porco); nessuno ci fornirà indicazioni sul perchè quella sia l’epoca degli idrovolanti (ma i cieli ne sono pieni e la gente li usa anche per fare la spesa!): vediamo una storia già iniziata da tempo, ne seguiamo un pezzo, solo un breve arco narrativo, ma nessuno ha l’arroganza di spiegarci come sia iniziata e tantomeno come andrà a finire.

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La narrazione orientale non ha nulla della brutalità tipica della nostra. Le storie occidentali, dalle fiabe in poi, si basano su un meccanismo di rottura: un equilibrio viene meno, si innescano degli eventi, l’equilibrio viene ricomposto. I film di Miyazaki raramente funzionano così: non c’è alcuna brusca rottura, non c’è alcun reale cambiamento. Ci viene mostrato uno spicchio della vita dei personaggi, che esistevano già prima che arrivassimo noi e andranno avanti ad esistere quando noi non ne seguiremo più la storia. 

Poi intendiamoci: Porco Rosso è un film di quelli selvaggi, dove succedono un sacco di cose, dove non ci si annoia mai. Altro che calma e meditazione zen! Ma alla fine del film, è tutto più o meno come lo abbiamo trovato: Porco è ancora un Porco, Gina è ancora sola, i pirati sono sempre pirati. Nessuna cosmica redenzione, nessuno sconvolgente rivoluzionario cambiamento.

Eppure.

Eppure quando un film di Miyazaki si conclude, qualcosa dentro chi lo ha visto è cambiato, per sempre.

I film di Miyazaki illuminano.

Lo fanno con la grazia naturale e spontanea delle lucciole, perchè qualcosa li illumina dall’interno, qualcosa della storia e delle scene, qualcosa dei personaggi… Hanno una luce propria, che va oltre i loro colori: è la storia, l’umiltà con cui viene raccontata, la grazia sublime con gli eventi descrivono un arco perfetto, che si tende e si fletta e colpisce con una freccia la testa e il cuore di chi guarda. I film di MIyazaki ti aprono un buco da cui lasciano entrare il sole: il sole di un Mediterraneo solo immaginato, il sole dell’infanzia vista attraverso le foglie del bosco di Totoro, il sole che Kiki vede volando, alla ricerca del suo posto nella società.

Sono film che ti bucano, ti aprono in due e ti fanno piangere e mentre piangi sai che sono lacrime di gioia, di emozione, di empatia, di felicità: perchè dopo averli visti non sei una persona diversa, ma sei una persona migliore.

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Davanti alla scena del “cimitero” degli idrovolanti si piange, come si piange davanti a tutte le grandi cose dell’umanità che in gergo chiamiamo capolavori: quegli squarci che ci aprono e ci cambiamo. Perché ci rendono ricchi, perché ci lasciano qualcosa, perché ci regalano la loro bellezza con umiltà, senza insegnarci nulla, senza fornirci alcuna morale oltre a quella naturale e aggraziata della bellezza. Le cose belle ci insegnano il mondo, nel migliore dei modi con cui è possibile insegnare: con l’esempio.  

E Porco Rosso è un faro. Non una lucciola, non una stella o una luna: è un faro di bellezza e di grazia e chi pensa che sia esagerato usare parole simili per parlare di uno stupido cartone animato non ha capito molto di cosa sia la bellezza. O i cartoni animati.

Che non sono sempre film per bambini. Perché se è vero che Totoro è una di quelle opere pensate per essere viste dagli occhi di un bambino, Porco Rosso è un film che solo chi è adulto può capire davvero: perchè parla dello scorrere del tempo, della morte, delle scelte che ormai sono state fatte, della passione/ossessione che ci rende limitati. Un bambino non può capirlo, il dramma di Porco Rosso: perchè è il dramma tutto adulto di chi una vita l’ha vissuta, di chi non ha più sogni ma solo conseguenze. 

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I film di Miyazaki non hanno l’ingenuità un po’ idiota dei film Disney: non ci sono eroi e non ci sono vincitori, non ci sono strappi o cambiamenti. Ci sono solo conseguenze: le scelte sono già state prese, i personaggi sono adulti. L’amarezza del film è nel suo non avere conclusioni e soluzioni, nel suo spiegarci che le persone non cambiamo, che niente cambia mai. 

Ma la bellezza rimane.

E ci illumina.

 

 

 

 

 

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2 commenti su “Porco Rosso”

  1. Enrico Says:

    “La grazia di Miyazaki sta anche nell’umiltà sublime e totalmente giapponese con cui racconta le sue storie: non ha la pretesa tutta occidentale di iniziarle, svolgerle e concluderle”

    Bellissimo post! La frase che ho quotato non vale solo per Porco Rosso” vale per tutti i suoi film, tranne che per “Il Castello Errante di Howl” che infatti è tratto da un romanzo per ragazzi europeo 🙂

    C’è un’altra cosa bellissima che hanno in comune tutti i lavori di Miyazaki che è in contrasto con il modo di fare narrativa più utilizzato in occidente: mentre lo schema delle storie fantastiche occidentale prevede la rottura della situazione iniziale catapultando spesso un protagonista normale in una nuova e magica realtà, che costringe il protagonista a crescere e compiere azioni straordinarie, trasformandolo quindi in eroe, i personaggi di Miyazaki affrontano semplicemente ma con grande intensità (e magia, mi viene da dire) situazioni ordinarie e attraversano con naturale semplicità mondi fantastici. Non ci sono eroi nella filmografia di Miyazaki e l’intensità di ogni situazione non è data dal contesto, ma dall’intensità con cui viene vissuta dai protagonisti..

  2. Pempipot Says:

    Personalmente invece trovo che il suo adattamento di Howl sia profondamente significativo: perchè di fatto la storia che lui racconta ha POCO in comune con il libro originale (bellissimo nel suo genere, ma diverso) e TUTTO in comune con i suoi altri film.

    Howl è a tutti gli effetti un film di Miyazaki e infatti i momenti più belli della storia sono quelli quotidiani. Il cambiamento nella vita dei personaggi in quel caso c’è, ma è relativo: si passa da un modello di quotidianità ad un altro.


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