La brutalità dell’infanzia, spiegata da Wes Anderson

Non ci sono le parole per definire quello che Wes Anderson è diventato, un film dopo l’altro, nel panorama del cinema contemporaneo. Ma ci sono immagini.

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I suoi film sono raccontati come storie per bambini troppo cresciuti: ogni aspetto dei suoi film parla con le immagini di un libro per bambini. I suoi colori desaturati, le scene che si ripetono in maniera altrettanto ossessiva, le inquadrature che sono sempre ripetutamente le stesse: riconosciamo i film di Wes Anderson dall’uso che fa della prospettiva centrale, dalle sue carrellate di inquadrature ordinate come disegni infantili, dai suoi spaccati come case di bambole.

Le immagini sono quelle di un libro per bambini… e le storie hanno la stessa atmosfera sospesa, lo stesso stile narrativo episodico, lo stesso ritmo rilassante, anche nei momenti più concitati.

I suoi personaggi sono bambini cresciuti male, interpretati quasi per errore da attori adulti: dei bambini hanno le stesse buffe manie, lo stesso modo ossessivo di indossare sempre gli stessi vestiti, la stessa ingenuità. Ma soprattutto, tutti i suoi personaggi hanno lo stesso egoismo un po’ ottuso proprio dei bambini: la crudeltà di animaletti feriti, la patetica necessità di difendersi da tutto e da tutti, a qualsiasi costo.

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In realtà Wes Anderson, proprio come farebbe un bambino, gira da sempre lo stesso film. E per di più con gli stessi attori. Per esempio, in Moonrise Kingdom lo spettatore attende Angelica Huston fino alla fine e quando il film termina e lei non è comparsa è assalito da un vago senso di angoscia. Perché la storia è sempre la stessa e se non c’è Angelica Huston a interpretare la parte della madre assente e geniale, pazza e distante, ci si sente mancare un pezzo.

I suoi film sono raccontati con il lessico del libro per bambini, i suoi personaggi sono bambini mai cresciuti, le sue storie sono storie per bambini.

Ma quello che riesce a fare Wes Anderson, raccontando sempre la stessa storia, quello che riesce a mostrarci lui, a farci intuire e a farci sognare dopo, quando il film è finito e rimaniamo con la colonna sonora nella testa per giorni, nessun autore per l’infanzia è mai riuscito a farlo.

(Con l’unica eccezione di Maurice Sendak, ma questa è un’altra storia.)

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Nei suoi Wes Anderson parla dell’infanzia e la fa a pezzi: perchè ce la mostra non per come viene vissuta ma per gli effetti che essa ha. L’infanzia non ci lascia scampo: ci segna in maniera brutale,  I suoi personaggi sono tutti adulti angosciati e infelici, che non sono sopravvissuti all’adolescenza: son i gusci vuoti della loro stessa infanzia. La loro unica speranza di felicità? Rassegnarsi. Perché ormai sono grandi, l’infanzia è finita, il danno è fatto: c’è solo da sedersi e raccogliere i cocci e vivere con le proprie mutilazioni. Il dito mancante di Margot Tenenbaum, prima di una lunghe serie di orfani abbandonati e mai veramente voluti da nessuno, è una metafora di tutti i personaggi di Anderson: sono diventati adulti sotto i colpi di accetta di un qualche genitore incurante, che non voleva e non sapeva.

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E poi arriva Moonrise Kingdom, dove per la prima volta i protagonisti sono bambini. E nella logica narrativa del regista finalmente il cerchio si chiude, come una tagliola: per la prima volta c’è speranza. Alla fine del film i protagonisti non sono felici per rassegnazione: sono felici perchè la loro felicità se la sono brutalmente e ostinatamente conquistata. Ad un prezzo assurdo, che loro ignorano e a cui non danno la benché minima importanza: per loro contano solo i risultati.

Dietro di loro la patetica pantomima del mondo degli adulti, fatto di ipocrisia, tradimento, debolezza, frustrazione: i “grandi” possono redimersi solo quando scelgono di non scappare di fronte alla realtà, solo quando le situazioni li obbligano a decidere. I bambini invece no: prendono la realtà di peso e la calpestano, senza nemmeno uno scrupolo.

I bambini di questo film sono gli stessi mostri brutali e selvaggi rappresentati da Maurice Sendak, perchè questi sono i bambini, quelli veri: bestie, disposte a tutto per avere quella felicità che tanto bramano. Perché i bambini non si rassegnano MAI, neanche davanti alla più brutale delle evidenze.

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Pochi hanno avuto il coraggio di parlare dell’infanzia in questi termini: di lotta furibonda contro la realtà. Eppure l’infanzia è questo: è nel gesto assurdo ed insensato di scappare in un’isola talmente piccola da non avere possibilità di fuga; è nel difendere a colpi di pugnale (o di forbici) la propria libertà; è nella sicurezza adamantina di un amore che non si fa domande e non ha scrupoli o incertezze. E no, l’innocenza non c’entra niente.

L’innocenza dell’infanzia è largamente sopravvalutata: i bambini non sono innocenti, sono soltanto troppo furiosi per porsi delle domande.

Non è questione di superficialità, non è che non riescono a capire: a loro non importa nulla di capire, loro passano sopra a tutto per FARE. Capire è una scomoda sovrastruttura inventata dagli adulti per avere scuse ed essere infelici: i bambini sono troppo furibondi per avere incertezze.

Dell’infanzia ci affascina la furia, la rabbia cieca di un’età che per capire le cose se le deve mettere in bocca. I protagonisti del film fanno cose da grandi e sembra che abbiano fretta di crescere… ma è proprio nel confronto della loro energia e sicurezza con la debole ipocrisia degli adulti che c’è tutto il loro eroico essere bambini.

Non è un caso se gli eroi delle favole, che fra tutte le storie sono le più antiche e intime, sono sempre bambini: l’infanzia è una dimensione profondamente eroica.

Maturare quel coraggio, quella candida brutalità, quella sicurezza adamantina che va oltre ogni difficoltà o dubbio personale non è da tutti.

Ad alcuni una vita intera non basta per diventare bambini. 

E Wes Anderson prova a ricordarci cosa voglia dire.

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