Il castello errante di Howl, ovvero sulla magia della vecchiaia.

Repost da Altercatio.

Può un cartone animato, tradizionalmente riservato al pubblico dei più giovani, diventare una piccola opera d’arte sulla maturità, che ci ricorda come la vecchiaia sia innanzitutto “una questione di testa”?
E’ quello che sono riusciti a fare Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli con Il castello errante di Howl, cartone animato tratto (con una certa libertà, a dire il vero) dal romanzo omonimo del 1986 della scrittrice inglese Diana Lynne Jones. Era difficile aspettarsi qualcosa meno di un successo dal regista che può vantare ben sette suoi film nei primi quindici posti della classifica dei migliori film animati di tutti i tempi; ma il signor Miyazaki è riuscito di nuovo a stupire anche i suoi fan più affezionati. La storia racconta di una ragazza semplicissima, Sophie, di professione cappellaia, senza alcuna ambizione o pretesa, suo malgrado obbligata a diventare grande di colpo. Anzi, a diventare vecchia.

Un bell'esempio di vecchiaia interiore...

Per certi aspetti Sophie, all’inizio del film, somiglia alla protagonista de La città incantata: è una ragazzina mediocre, scialba nell’aspetto e nella personalità, ma soprattutto “vecchia dentro”. Del tutto succube del suo lavoro e del suo “destino” di cappellaia, non sembra avere nessun desiderio e nessuna volontà: siede nel suo modesto negozietto e porta avanti la sua vita con la stessa apatica rassegnazione con cui molte (troppe!) persone anziane attendono la morte. Sophie è insomma un personaggio grigio come gli abiti che indossa, indifferente al resto del mondo e addirittura spaventato dalle persone. La solita eroina riluttante e annoiata? Non esattamente. Proprio come ne La città incantata la protagonista era perfettamente caratterizzata e mostrava subito un’infinità di sfaccettature contrastanti (non solo noia, ma anche impazienza e rabbia, tristezza e solitudine) così anche Sophie è molto più di quello che appare. Di lei vediamo anche i lati nascosti: l’insoddisfazione di sé stessa e l’ironia del calcarsi un cappello in testa, guardarsi in uno specchio, non piacersi e allo stesso tempo dare alla cosa così poca importanza da fare una linguaccia e uscire di casa; la decisione e l’orgoglio di quando allontana la strega dal negozio. Quando su Sophie una strega lancia una maledizione che la fa invecchiare, lei stessa non si stupisce più di tanto: semplicemente viene manifestata la sua età “mentale”. Dopo lo choc iniziale Sophie commenta semplicemente che uno dei lati positivi del diventare vecchi è che non ci si stupisce più di nulla e accetta con la sua tipica passività quel che le è successo, decidendo di andare via dalla propria casa non per spirito di avventura ma semplicemente per evitarsi ulteriori problemi. Per tutta la durata del film la maledizione di Sophie resta un enigma: non se ne capiscono del tutto le ragioni e soprattutto non si capisce cosa la controlli, e si assiste al suo continuo oscillare: a volte decrepita, a volte solo anziana, Sophie ha difficilmente lo stesso volto per due scene di seguito. Le sue rughe vanno a riflettere non soltanto i suoi stati d’animo, ma anche il punto di vista di chi l’osserva.

Sophie si imbatte nel fantasmagorico castello errante del mago Howl per puro caso. Siccome le cose sono raramente quel che sembrano la vecchina scopre che lo spaventoso castello non è affatto gigantesco e temibile come lo dipingono le leggende del paese ma anzi, all’esterno è un tremendo ammasso di ferri vecchi tenuti insieme con la magia e, all’interno, un terribile tugurio sporco e disordinato. Il bizzarro castello patchwork è messo in moto dal demone del fuoco Calcifer, spaventoso quanto un fornello da picnic, che si sforza di essere cattivo senza troppa convinzione; ed è abitato da Marcol, un bambino che si traveste da vecchio per darsi un tono e fingersi l’assistente del mago e dal mago stesso, un casanova impenitente che passa più tempo chiuso in bagno piuttosto che a preparare pozioni magiche. Sophie decide di rimanere nel castello un po’ per mancanza di alternative, un po’ per pietà verso la situazione di anarchia igienica in cui versa la casa, un po’ perchè ha fatto un patto con il demone Calcifer (che ha promesso di aiutarla a sciogliere la sua maledizione) e un po’ perchè suo malgrado è rimasta conquistata dal fascino del mago.

Bello, impossibile e tanto, ma tanto scemo

Perchè su tutto troneggia Howl, con il suo ego infinito e la sua ingombrante personalità: fascinoso e abile, viscido e codardo, vanesio e approfittatore, infantile, egocentrico, frignone, scostante, enigmatico, imprevedibile. Il suo personaggio, da solo, è un piccolo capolavoro per cui il film merita di essere visto: molto peggio di un anti-eroe, Howl è un eterno bambino, capriccioso e viziato, un Peter Pan meno innocente e più malizioso, in perenne fuga da obblighi e da risposte, un damerino che si chiude in bagno per ore e ne esce olezzante e pitturato. Impossibile da incasellare, il mago è uno sconcertante animaletto che vive solo per sé stesso, sfruttando il suo carisma per manipolare gli altri, la sua abilità per vivere comodo, e la sua codardia per sfuggire veloce come il lampo da ogni responsabilità.

Howl è una persona talmente “impossibile”, con i suoi capricci, la sua calma serafica e il suo indisponente candore, da riuscire a scuotere all’ira e all’amore perfino l’apatica Sophie, che emerge sempre di più come personaggio proprio in opposizione al mago. E poco alla volta da sotto i veli dell’apatia compare il vero carattere di Sophie: battagliera, testona, curiosa, piena di voglia di fare e di rendersi utile, generosa e disponibile. Ironicamente la maledizione ha reso Sophie oggetto di una metamorfosi che avviene solo in superficie, poichè in realtà rispecchia quello che la ragazza è realmente: è l’incontro con il castello errante e i suoi abitanti ad innescare la vera metamorfosi nella protagonista.

La scena più famosa del film, davvero memorabile...

Contemporaneamente anche Howl si rivela per quello che è: tolto l’abito da damerino, i capelli tinti e perfettamente messi in piega e i modi distaccati lo vediamo coprirsi di melma verde in preda ad un attacco di rabbia o girare per il castello infagottato nelle coperte. Ma soprattutto assistiamo ad una doppia trasformazione: mentre lo spettatore scopre la realtà tragica del suo potere, che lo sta poco a poco assorbendo fino a farlo diventare un demone, Howl scopre che fuori da lui c’è tutto un mondo fatto di persone da cui non vuole affatto fuggire, ma che anzi vuole fermarsi a proteggere. Di nuovo, una metamorfosi.

Uno dei pochi aspetti del libro a venire in qualche modo “sacrificato” è proprio il protagonista: nel cartone animato la sua magia assume un alone tragico di maledizione e la sua redenzione finale è più completa e allo stesso tempo più semplice. Nel libro Howl resta un amabile disgraziato senza redenzione possibile, a dispetto del lieto fine a base di amore, maledizioni rotte e rimpatriate familiari. Una fine forse meno romantica ma molto più realistica. Spariscono molti degli elementi che lo rendono particolarmente insopportabile come i capelli tinti e ritinti, i vestiti con le elegantissime maniche lunghe (che finiscono sempre per essere intinte nelle sostanze più strane), le sue avventure da Don Giovanni impenitente armato di chitarra scordata, e tutta la sua vita parallela nel “nostro” mondo. Il mago di Miyazaki è un poco più ammorbidito e infantile, ma su di lui si stendono i colori cupi del segreto che lo accompagna e che aggiunge una dimensione fortemente malinconica e per nulla edulcolorata al personaggio: non solo umoristico, ma anche tragico.

Del resto era umanamente impossibile contenere nei 180 minuti del film tutta l’intricatissima storia di Diana Wynne Jones: un classico della letteratura fantasy e non solo per l’infanzia. Il libro è un delizioso cocktail di umorismo, giallo , avventura, parodia, romanzo di formazione. L’affettuosa presa in giro degli stereotipi delle fiabe, i continui colpi di scena romantici, i personaggi colorati e scombinati, i fenomenali duelli di magia (e mille volte più vivaci di quelli del signor Potter!): tutto questo viene immolato sull’altare del cinema. Ma si può dire che non sia stato sacrificato invano. Mantenuti intatti i personaggi e molte delle situazioni, Miyazaki, non solo regista ma anche sceneggiatore, riadatta la storia in maniera decisamente libera: semplifica l’intreccio e lo rende più epico e universale, senza mai scadere nello scontato o nell’impersonale.

Anche nel cinema, come sempre, il genio è nelle piccole cose: nella delicatezza con cui un tema universale viene contestualizzato e reso personale e unico, nell’abilità di creare un personaggio immediatamente comprensibile al pubblico, con il quale è facile identificarsi ma che allo stesso tempo non scivola mai nel cliché. Il genio di Miyazaki è, in particolare, nella sua abilità di prendersi tempo: in una storia intricatissima, che necessiterebbe di ogni minuto per portare avanti l’azione, lui non si fa scrupolo di soffermarsi sui particolari più minuti e ci regala piccole scene perfette nella loro semplicità e personaggi tanto reali da sembrare vivi. Marcol che scappa a salvare le sue cose dalle grandi pulizie (quante volte da bambini non abbiamo supplicato “Mamma, aspetta a pulire!” per poi correre a mettere in salvo il salvabile?), Howl che rifiuta di bere il latte caldo (perchè un capriccio si deve fare fino in fondo!), Sophie presa dalla frenesia di pulito che mette a soqquadro tutto quanto; e poi momenti di grande ironia come quella delle due vecchie che salgono le scale del palazzo reale, trascinandosi dietro il cane grassoccio, e di attimi di profonda tenerezza come gli scambi di battute tra l’anziana Sophie e la decrepita strega. Un personaggio, questo, che Miyazaki ha in pratica completamente cambiato e che rappresenta una delle sue più belle invenzioni: nel romanzo era la nemesi senza cuore di Howl, nel film il suo ruolo oscilla tra quello del carnefice a quello della vittima. Se all’inizio del film compare come un’enorme signora arrogante e malvagia, alla fine la vediamo come una vecchietta un po’ rimbambita, un po’ egoista e molto tenera e bisognosa di cure. Altra metamorfosi: perfino la strega si trasforma fino a non essere più la “cattiva” della storia ma piuttosto un’alleata contro il grande nemico, che nei film di Miyazaki è quasi sempre impersonato dall’inutile stupidità di una qualche guerra di cui spesso non si conoscono più nemmeno le ragioni. Riaffiora l’alone cupo e adulto con cui le scelte del regista/sceneggiatore hanno deciso di circondare il personaggio di Howl. Riaffiorano le macchine volanti e l’ossessione per i bombardamenti, protagonisti nei lavori di Miyazaki a partire da “Nausicaa nella valle del vento” che risale all’ormai lontano 1984.

"Oddio, un capello bianco! Strappalo svelta!"

Il tema del film resta lo stesso de La città incantata: la metamorfosi come cambiamento e crescita, passaggio dall’immaturità all’età adulta. La storia di Sophie che da vecchia ritorna giovane è in realtà una storia di crescita e di formazione. All’inizio della storia incontriamo una ragazzina vecchia capace solo di accettare passivamente le scelte e le situazioni imposte su di lei, priva di ogni forza propositiva, e un ragazzo/eterno bambino interessato solo alla propria libertà e in fuga da tutte le responsabilità. Per molti aspetti la sottomissione di Sophie e la ribellione di Howl non sono che due lati della medesima medaglia, due reazioni opposte alla stessa paura di scegliere e di impegnarsi. La metamorfosi è quella segnata dal passaggio dalla reazione all’azione: non più vittime degli eventi, ma protagonisti.

Non è un caso che quell’equilibro e quella serenità che mancano nei minuti iniziali del film (che sono forse i più drammatici, nel loro illustrare il piatto scorrere della vita di Sophie e la sua asfittica assenza di speranze) vengano a costituirsi nel mezzo della storia: nel menage tranquillo e folle di un castello semovente, pieno di cose persone e animali maledetti e complicati.

La routine di tutti i giorni: colazione sullo spiritello del focolare

E’ interessante osservare come la trama del cartone animato abbia davvero poco da spartire con quella del libro. Il romanzo è una deliziosa parodia della fiaba, incentrato sulla rivalità tra una strega (cattiva) e un mago (buono) e arricchita da tutta una serie di esilaranti sottotrame che si intrecciano tra loro e di cui si intravede il bandolo solo nelle ultime pagine. Il perno attorno a cui si svolge la vicenda è la misteriosa sparizione nelle Lande, terreno brullo ai confini del regno, dominato dalla strega omonima, di un principe e di un mago di corte. Rapiti dalla strega, i due vengono magicamente scomposti e rimontati insieme, diventando una sorta di golem/puzzle che alla fine Sophie scioglie quasi per caso, aiutata da un riluttante Howl, da tutta una serie di sorelle innamorate e da una ridda di personaggi variopinti. La chiave di volta del libro è tutta in questo enigma, che si snoda in una dimensione, come tipico della fiaba, essenzialmente familiare: alla fine assistiamo al ricomporsi della famiglia della protagonista, disgregata all’inizio del libro quando le tre sorelle vengono indirizzate verso tre differenti apprendistati. Il tono del romanzo è leggero, brillante e umoristico, mentre la narrazione segue i canoni e i temi tipici della fiaba occidentale.

Ma Miyazaki si distacca potentemente da tutto questo: i suoi temi sono ben più ampi, importanti, epici. Il conflitto non è una lotta “familiare” contro una strega egoista: è una vera e propria guerra tra due nazioni. I personaggi non sono semplicemente alla ricerca del proprio equilibrio personale: stanno cercando un equilibrio ben più profondo e ideologico. Gli impegni da cui Howl rifugge nel testo sono quelli verso sè stesso, ed egli è la rappresentazione un poco comica, ma allo stesso tempo molto realistica, del ragazzo che non vuole maturare e che scappa da ogni tipo di impegno sentimentale e “lavorativo”. Nel cartone animato invece la sua fuga assume una dimensione ben più seria e drammatica: è una fuga dalla società intera, dagli impegni e dalle inevitabili responsabilità che essa comporta. Se nel testo Howl è semplicemente uno “scansa fatica”, nel film è qualcosa di ben peggiore: è un codardo che non esita a far soffrire le persone pur di mantenere la propria libertà e che, in nome della sua paura, non fa nulla per arrestare uan guerra che pure dice di detestare. Ma, sembra chiedersi Miyazaki, a che serve il pacifismo, se non c’è il coraggio e la voglia di metterlo in pratica? Che senso ha lamentarsi per una cosa che poi non si vuole cambiare? Lontano dal tono di fiaba scanzonata del libro, il suo personaggio si misura con idee e temi ingombranti, di proporzioni quasi “epiche”: la pace, la guerra, la possibilità per il singolo di impegnarsi; il baricentro tematico si sposta da una dimensione fiabesca e personale ad una universale, mitica. Ma allo stesso tempo, Miyazaki riesce a conservare tutta la personalità e tutto il realismo del mago della Jones: che non si schiera, ma riesce al massimo a difendere le persone che ama, che usa gli altri come scudi, salvo poi correre a salvarli, che resta sè stesso, senza diventare un eroe, ma allo stesso tempo si redime, cresce e assume una profondità nuova. E che riesce a farsi amare per quello che è: “Howl sta molto meglio da codardo!” commenta verso al fine del film Sophie. Di nuovo, ecco la maturità: quella della ragazza che cresce e arriva a capire che l’amore vero è accetazione della persona così com’é, difetti e mancanze inclusi, e non proiezione di quello che si vorrebbe che fosse.

Anche il ritmo della narrazione è quello tipico del cinema di Miyazaki: al centro del film c’è un’isola di quiete, in cui sembra ricomporsi l’equilibrio iniziale. E il regista si compiace nel dipingere non solo i momenti più drammatici della storia ma anche e soprattutto il tranquillo menage familiare che si crea attorno ai protagonisti: sono le scene più belle e delicate del film, quelle in cui allo spettatore vengono fatti assaporare tutta la magia e tutto l’umorismo dei personaggi e dell’universo. E sono scene ci cui si sente dolorosa nostalgia quando la quiete di nuovo si rompe e la storia precipita nel concitato trambusto che la porta all’inevitabile conclusione. L’unica critica importante deve essere fatta alla conclusione della storia, che risulta inevitabilmente affrettata: in poco più di due minuti si assiste allo scioglimento di tutte le innumerevoli maledizioni che si sono accumulate, incluse alcune di cui non si era nemmeno a conoscenza, alla fine della guerra in corso, all’edificazione di un nuovo castello, e alla catarsi finale, solitamente amministrata con grande sapienza da Miyazaki, che in questo caso si è probabilmente trovato costretto a concludere una storia veramente intricata in un tempo davvero troppo ristretto. Ma questo è forse l’unico particolare che salva il film dalla perfezione.

"Oh che bel castello!", cade in pezzi, ma insomma non si può avere tutto!

Il perno attorno a cui ruota l’intero film è però il castello: creazione di Howl, tana e rifugio, punto di passaggio tra i mondi e tra le storie ma soprattutto casa, attorno alla quale si forma, più per caso che per volontà, una famiglia bizzarra e affettuosa che finisce per far sentire anche il pavido mago sempre più necessario. Oltre a Sophie, sempre meno donna delle pulizie e sempre più “signora del castello”, pronta a fare il bello e il cattivo tempo e ai cui voleri Howl riesce a ribellarsi sempre meno, si imbarcano sulla casetta zampettante la strega ormai invecchiata e un po’ rincitrullita, un cane altrettanto vecchio e altrettanto rincitrullito e uno spaventapasseri con la testa fatta a rapa, anche lui ovviamente vittima di una maledizione di qualche tipo. Il castello che cammina sulle montagne, sporco, disordinato, meraviglioso, con il suo piccolo cuore demoniaco rappresentato dal simpaticissimo Calcifer, e con la sua eterogenea folla di abitanti, è la trovata fantastica che tiene insieme tutte le storie del film e rappresenta anche un vero gioiello di animazione. Vederlo emergere dalle nebbie all’inizio del film e assistere alla sua passeggiata tra le montagne accanto ad un gregge di pecore lascia lo spettatore senza fiato fin dal primo fotogramma.

Dopo i disastri della Disney, sempre più asettica e spigolosa nelle sue linee e sempre più mielosa nei suoi contenuti, dopo i tanti film “ingegnerizzati” in 3D, tanto veri da parere finti, si finisce conquistati dallo stile inconfondibile dello studio Ghibli, dai colori, dalle linee morbide e “umane”, dal calore meraviglioso di disegni veri che di sintetico non mostrano nulla, da una storia che non ha nulla di scontato o di infantile e che anche nel suo lieto fine riesce a commuovere senza risultare stucchevole.

Insomma, una bellissima fiaba per bambini, preferibilmente invecchiati.

Links utili: Il castello errante da costruire se avete MOLTO tempo lbero

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2 commenti su “Il castello errante di Howl, ovvero sulla magia della vecchiaia.”

  1. Foglia d'oro Says:

    Son passati anni ma ogni tanto lo rivedo, quasi per caso e stavolta ho voluto cercare ulteriori curiosità sul film. Premettendo che questo articolo è scritto egregiamente e darei una sincera stretta di mano a chi l ha scritto, non posso che pregare le persone di non guardarlo una sola volta, ma di più. Perché come nelle grandi opere ogni volta si scopre qualcosa. E crescendo, noi stessi, si scopre ancora di più, un messaggio che prima non potevamo capire neanche volendo. Ancora e ancora.

  2. Alissa Says:

    “Il castello errante di Howl” è davvero notevole creazione di animazioni. Questa emotivo storia c tenero e commovente finale. Il film è certamente visualizzando emozioni positive, ci fa pensare circa l’importanza. Ci sono più nella nostra amicizia e amore, capace di superare qualsiasi ostacolo? Andiamo alla ricerca della capacità di questo” importante”? La mia seconda cartone animato preferito di Hayao Miyazaki è “Il mio vicino Totoro” ( https://www.filmstreaming.zone/3691-il-mio-vicino-totoro-1988.html ) hai visto?


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