Gilda, ovvero: il fascino di un mistero

“Gilda”: il mito di Rita Hayworth, ai massimi livelli, bellissima e maledettamente brava. Un film che ha uno status quasi mitico.

Il poster del film, da DoctorMacro

Da vedere, assolutamente, ma dopo un’attenta e meditata sospensione del giudizio. Questo film non va capito, va gustato. Cercate di seguirne la trama e vi rovinerete buona parte del suo sapore. “Gilda” è in questo aspetto molto simile ad un altro grandissimo capolavoro della stessa annata (correva il 1946), “Il grande freddo”: in entrambi i film la storia d’amore tra i protagonisti si accompagna ad un intreccio di malavita, complotti, poliziotti corrotti e gangster che difficilmente si riesce a seguire.

In “Gilda” si ha una vaga nozione di un cartello per il controllo del tungsteno. Si, esatto. Tungsteno. Poi ci sono dei tedeschi, ovviamente saranno nazisti. Uomini corrotti che vincono e poi perdono al casinò. E un poliziotto che indaga qualcuno per qualcosa. Francamente, la trama è del tutto incomprensibile, e completamente accessoria. Si può dire che serve proprio solo come sfondo: serve a delineare le situazioni in cui si inserisce e si sviluppa la complessa storia dei due protagonisti.

Johnny Ferrell (Glenn Ford, qui bellissimo e quasi adolescenziale) è, all’inizio del film, un giovane e affascinate americano che sbarca in Argentina e si guadagna soldi con qualche scommessa truccata, finché il misterioso proprietario di un casinò non gli salva la vita e non lo assume. Johnny è in gamba e si conquista la fiducia del capo, diventandone in fretta il braccio destro, ma i problemi non tardano ad arrivare. Innanzitutto il boss, Ballin Mundson, interpretato da un algido ed inquietante George Macready, è parecchio misterioso, ed è chiaro da subito che gestire un casinò illegale è solo una delle sue molte attività. Poi sparisce spesso, e una volta, tornando in Argentina, ricompare con al fianco una mogliettina giovane e fiammante: una tale Gilda, che è andato a pescare chissà dove.

Appare subito chiaro che Johnny e Gilda si conoscono, e si detestano. E’ interessante notare che il come ed il quando della loro reciproca conoscenza sono solo una delle molte cose che la trama del film non svela, ma lascia alla libera fantasia dello spettatore. Gilda, però, è parecchio vivace e, diciamolo pure, un po’ zoccola. Per far ingelosire Johnny e/o il marito, scorazza e sculetta con ogni bel manzo le capiti a tiro, e trattandosi di Rita Hayworth è logico pensare che gliene capitino a tiro davvero parecchi.

Un mito di bellezza… da DoctorMacro

Il suo personaggio è davvero ambiguo e maledettamente ben interpretato. Vulcanica, lunatica, superstiziosa, infantile, vivacissima, capricciosa, sensuale, affamata di amore e di attenzioni, imperscrutabile, misteriosa: Gilda incarna ogni aspetto della femminilità. E’ la femmina per eccellenza, come ogni uomo la immagina. Per tutto il film le sue azioni restano enigmatiche, e l’unica cosa certa è il suo costante, ossessivo, desiderio di restare sempre al centro dell’attenzione. L’attenzione di Johnny, che detesta e maltratta, e da cui è maltrattata in maniera ancora più brutale, perché dell’inquietante ed innamoratissimo marito non sembra curarsi più di tanto. Si compiace di mettere Johnny in imbarazzo davanti a lui… eppure ogni sua mossa è dettata esclusivamente dal sentimento, e lei appare costantemente incapace di razionalità e di calcolo, ed i suoi sono i capricci di una bambina, non le scaltre manovre di una donna accorta.

Ma anche il personaggio di Ford è decisamente complesso: va precisato che la sua è la voce narrante, e la vicenda è raccontata in prima persona da lui, ma questo non toglie nulla alla ricchezza del personaggio, anzi. Il suo punto di vista deviato ed ossessivo finiscono per influenzare anche lo spettattore: morbosamente attratto da Gilda, la segue come un ombra e la odio quanto più lei lo tenta, animato da sincero ed autentico rispetto per il proprio capo, che l’ha sposata. Johnny Ferrell è diviso tra la passione per una donna bellissima che in passato è stata sua e la fedeltà per l’uomo che la possiede ora, un uomo che gli ha salvato la vita e che lui stima. Ford arriva a picchi di autentico, impensabile sadismo nei confronti della ragazza… le scene tra i due sono una continua, perenne, tensione inespressa: si provocano in ogni modo, si insultano, si deridono, si sforzano per essere sempre più crudeli. E quando è presente anche il marito, la coppia si estende a triangolo, sotto i suoi occhi glaciali e scrutatori.

Dopo averli sorpresi insieme (ovviamente i due detestandosi passano il loro tempo a litigare e punzecchiarsi ininterrottamente, per mesi, mesi e mesi, scena dopo scena… ma appena si baciano il marito che dovrebbe essere altrove li sgama istantaneamente: quando si dice la sfiga!) Mundson scappa e inscena il proprio suicidio, per togliersi la polizia dai piedi (nel frattempo ha anche ammazzato un non meglio precisato tedesco: sicuramente un nazista). A quel punto i due si sposano… ma no, l’happy ending è parecchio lontano. Johnny tira fuori il suo lato sadico ed inizia una serie di torture psicologiche ai danni della povera Gilda: la chiude in un appartamento e la ignora completamente, mettendole alle costole i suoi uomini per impedirle ogni tipo di contatto con altri maschi. Il suo dichiarato intento è quello di renderla fedele al marito, ora che è morto, siccome secondo lui non lo è mai stata in vita.


Ford interpreta la parte del sadico vendicatore in maniera decisamente convincente, ma le sue motivazioni sono in effetti parecchio difficili da condividere: dopo aver bramato per metà film una donna, la sposa, e scappa prima della prima notte di nozze, non solo per vendicare i (supposti) tradimenti ai danni del venerato capo, ma anche per farsi a sua volta bramare. Quando lei si rifugia all’estero arriva a riportarla a casa con uno stratagemma di una crudeltà tale da risultare veramente penoso; la fissa con sguardi pieni di odio, ghigna beffardo nel vederla piangere e confida tramite la propria voce narrante tutto il suo compiacimento davanti al dolore di lei. La disprezza perché la considera una donna vacua e assetata di piacere… ma disprezza ancora di più sé stesso, perché si rende conto di essere schiavo di un essere da lui considerato tanto detestabile.

… e di vitalità, da DoctorMacro

Insomma, tra i due personaggi c’è un autentico groviglio di emozioni, di odio, di amore, di vendette e ripicche, ed entrambi gli attori si inpegnano ad esprimerlo nella maniera più realistica possibile. La dinamica tra i due rappresenta una delle maggiori attrattive del film: il rapporto che si crea è qualcosa di tanto malato, morboso e complesso da lasciare nello spettatore un senso di malessere profondo. Che cosa li spinge ad odiarsi tanto? Non lo sappiamo. Perché sembrano godere nel rovinarsi reciprocamente la vita? Anche questo è un mistero. La loro crudele irrazionalità, il loro odio cieco, assolutamente passionale, sono duramente contrastati dalla freddezza e dalla ferocia dell’antagonista, Mundson: lui li osserva, lui sa, lui capisce tutto. La sua è una perversione diversa, masochistica: lui è un voyeur di sentimenti, uno che gode nell’assistere alla passione altrui. Gioca a provocarli, affida Gilda a Johnny solo per potersi gustare meglio la loro caduta, e per vederli trascinati dal loro odio. A Gilda dice che “L’odio può essere un sentimento molto eccitante”: ma forse parla di sé stesso, della propria personale mania.

Il film, in effetti è un catalogo di ossessioni, di perversioni diverse. Ogni personaggio è schiavo delle sue, ogni personaggio sembra precipitare in una girandola di follia: Johnny è un sadico che si diverte a torturare Gilda, ma anche un masochista che prova piacere nel soffrire lui stesso. Gilda è costantemente depressa e frustrata, priva di quel fuoco di amore che tanto brama, alla perpetua ricerca di emozioni e di trasgressione. Mundson è un voyeur che si compiace nella sofferenza degli altri, che assiste implacabile e immoto alla loro rovina, che alimenta il loro odio solo per vederli soccombere.

La stessa canzone, in versione intimista... da DoctorMacro

Questo film è una matassa aggrovigliata e nera di follie e nonostante l’accortezza del cast finisce inevitabilmente per andare parecchio sopra le righe. I personaggi sono tutti, inevitabilmente, sgradevolissimi, ed è davvero difficile simpatizzare con qualcuno… l’atmosfera che si crea è plumbea, claustrofobica: sembra impossibile che la situazione si risolva, che possa esistere un rapporto sereno tra i personaggi, che la tensione insopportabile che hanno creato si sciolga. La conclusione, in effetti, è assolutamente improvvisa e del tutto slegata dal resto, con una happy ending finale che pare cadere dalle nuvole e che non riesce comunque a liberare lo spettatore dal senso di angoscia creato dal film, con la sua trama incomprensibile e con i suoi personaggi oppressi ed opprimenti.

Il film risulterebbe abbastanza pesante, difficile da apprezzare… se non fosse per la Hayworth, che è un sole che rischiara ogni scena in cui compare. La sua bellezza in questo film è qualcosa di mitico, e basta vedere qualche foto, o le scene dove si esibisce per capirne le ragioni. E’ talmente luminosa da rischiarare ogni cosa, anche gli ambienti più plumbei. Ed il suo personaggio è l’unico per cui si riesce ad avere autentica simpatia. La sua femminilità imprevedibile e capricciosa la rende sempre più vittima che carnefice: vittima della sua stessa bellezza, che porta tutti a immaginare colpe che in realtà non ha mai commesso. Il numero finale, dove balla fasciata in un tubino nero, e si sfila i guanti è giustamente entrato nella storia del cinema, ed è un capolavoro di fascino sfrontato e provocante che fa da contraltare ad una scena precedente, dove Gilda canta la medesima canzone in modo intimo e raccolto. Sono le due facce di una donna complessa, di un personaggio che è molto più di quello che sembra.

Glenn Ford prova a fare l’indifferente… con scarso successo, da DoctorMacro

La Hayworth era di una bellezza talmente oltraggiosa nel film, da far quasi dimenticare quanto fosse brava: oggi le attrici possono permettersi di essere belle e basta, ma è chiaro che negli anni ’40 le cose ad Hollywood erano parecchio diverse. Le sue scene hanno una forza, un’espressività ed un realismo davvero unici… e la chimica che aveva con Glenn Ford (con cui ha fatto ben 5 film) era veramente impressionante. In ogni scena insieme sembra che debbano mettersi le mani addosso (e forse era davvero così: pare che durante una prova la Hayworth finì per spaccare a Ford due denti…), e non possono staccarsi gli occhi di dosso. Una coppia tremendamente sensuale, e molto avvincente da vedere in scena. Le scene con Macready, attore di grande carisma, specializzato nelle parti di cattivo sadico ed affascinante, sono poi qualcosa di ancora più gustoso: lui fornisce il perfetto contrappunto alla loro foga, e li guarda giocare con il piacere macabro di un terrificante, silenzioso condor.

Questo film lascia impressioni discordanti. Appena finisce, lo spettatore si trova a togliersi un peso dal cuore e a pensare “Finalmente!”: la narrazione è frammentaria, discontinua, pesante. La trama confusa ed in larga misura incomprensibile. Risulta inevitabile il paragone con un autentico capolavoro, piagato dagli stessi difetti, e salvato dagli stessi tratti unici: “Il grande sonno”.

I due film hanno in comune

Una coppia incredibile… da DoctorMacro

moltissimo, oltre all’anno di uscita. Innanzitutto una trama assurdamente complessa e del tutto irrilevante: è universalmente noto che lo sceneggiatore del film con Bogart e la Bacall avesse ammesso di non aver mai capito l’intreccio lui stesso. Entrambi i film  inoltre si imperniano su un’alchimia magica: “Il grande sonno” è il secondo film della coppia Bogart-Bacall e le loro scene insieme sono qualcosa di quasi conturbante, e sprigionano una tensione tale da mettere in ombra ogni altro aspetto del film. Fortunatamente riescono a distrarre perfino dalla trama, assolutamente enigmatica. Si può dire lo stesso di “Gilda”: sono i personaggi che tengono insieme il film, a dispetto dell’improbabile storia del cartello di tungsteno, con reduci nazisti e camerieri-filosofi canterini.

Ma non è solo la trama e i personaggi che accomuna i due film. Erano gli anni dove lo star system hollywoodiano raggiungeva il suo apice: gli attori di entrambi questi film non sono solo interpreti, sono star. Star che mettono in scena la loro vita reale: la love story tra la diciannovenne Lauren Bacall e  il quarantacinquenne Humprey Bogart era la più quotata dei tabloit. E i pettegoli dicevano che la splendida intesa tra Rita Hayworth e Glenn Ford non si limitasse al set cinematografico…

La storia di Rita Hayworth è uno degli esempi più significatici e tragici di ciò che voleva dire ai tempi essere star: idolatrate un giorno, dimenticate il giorno dopo. In quegli l’attore era come il maiale: non si buttava via niente, ogni aspetto della sua vita era cautamente utilizzato dagli studio, inclusa la vita privata. E la Hayworth venne utilizzata fino a quando non comparvero altre star più duttili di lei, e poi presto dimenticata. “Gilda” segna la nascita del suo mito, crea un personaggio che le rimarrà per sempre incollato addosso, anche fuori dal cinema: Gilda è la dea dell’amore, la femmina archetipa, bellissima, imprevedibile, bruciante di vitalità e di passione. Per la Hayworth, una maledizione: “Ogni uomo che ho mai conosciuto si è innamorato di Gilda… e si è svegliato la mattina dopo con me”.

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