Fiore di cactus

Ovvero: a volte il teatro è meglio del cinema

la locandina

Qualche mese fa ho avuto l’occasione di vedere al teatro San Babila di Milano lo spettacolo “Fiore di Cactus”. Non sono un’intenditrice di teatro e parlo da profana, ma si è tratta di una rappresentazione davvero spassosa. La platea ha riso dall’inizio alla fine, arrivando a momenti talmente scomposti da obbligare gli attori ad interrompersi!

Il cast aveva una brava Eleonora Giorgi nella parte dell’infermiera/cactus ed uno spassosissimo Franco Castellano nel ruolo del dentista/playboy, ma anche degli ottimi attori di supporto (a me sconosciuti, ma per colpa della mia ignoranza e non dei loro meriti, di questo sono sicura), sempre divertenti ed in parte. Ho scoperto su google, per esempio, che la ragazza che interpreta la giovane fidanzata era nel cast della soap opera “Vivere”… e nonostante questo era anche lei davvero divertente!

La storia è una classica commedia degli equivoci. Il protagonista Giuliano Foch è un dentista di grido e la sua ragazza Tonia è una tipetta giovane, carina, un po’ svampita e parecchio innamorata. Per evitare complicazioni Giugliano ha messo subito le mani avanti e le ha raccontato di essere sposato, con ben tre figli, quando in realtà è lo scapolo più impenitente di tutta la città. La commedia si apre con la fanciulla in questione che cerca di suicidarsi e viene salvata in corner dal suo vicino di casa, lo squattrinato scrittore Igor Polansky (“E’ un nome d’arte”).

Quanto il buon Giuliano viene reso partecipe del fatto lui, che in realtà è stanco di correre dietro alla ragazze ed è sinceramente innamorato, decide di volerla sposare… tutto finisce bene? NOn proprio. Perché il nostro dentista si trova per le mani un problema: la fanciulla in questione vuole conoscere l’ex moglie, per sincerarsi di non averle rovinato la vita. E quello che segue è tutto un tourbillon di complicazioni e menzogne.

Giuliano coinvolge la sua algida, fedelissima, indurita infermiera Stefania e la  convince ad interpretare la parte della moglie. Ma le complicazioni continuano ad aumentare a dismisura: perché la ragazza continua a fare storie e dopo aver trovato una moglie, Giuliano deve trovarle un amante, in un continuo complicarsi della storia.

La scena centrale della rappresentazione vede il cast al completo in un night. Giuliano ci va con Tonia, ma questa invita anche Igor (perchè lui “è tanto depresso”)e qui incontrano una ringiovanita Stefania, che è stufa della sua vita grigia e si è messa in ghingheri per accettare l’invito di un paziente dello studio, che le fa la corte da un po’. Le cose si complicano quando il giovane Igor mette gli occhi su Stefania…

Alla fine ovviamente tra le coppie si stabilisce un equilibrio: giovani coi giovani, vecchi coi vecchi, e tutti vivono felici e contenti.

Una nota di merito anche per la scenografia: quattro set diversi (la casa di Tonia, lo studio del dentista, il night club e il negozio di dischi), che si alternano in tempo reale sul palco, tutti ben realizzati e sempre vivaci. Molto divertenti, anche loro!

Se non si fosse capito, è una di quelle storie che non si possono raccontare, perché fatta da un susseguirsi di battute, malintesi, equivoci ed invenzioni. Il testo, di Pierre Barillet e Jean-Pierre Gredy, è veramente ben fatto: divertente ironia sulle generazioni e sul “sentire” la propria età ha un protagonista maschile che si crede un eterno Peter Pan, quando in realtà è stufo di girovagare e cerca la pace e la stabilità di una compagna matura, e una protagonista femminile che si sente sfiorita e vecchia anzi tempo. I due si trovano quando diventano coscienti della loro reale situazione, della loro vera età: troppo vecchi per giocare agli adolescenti e troppo giovani per smettere di sperare, si incontrano a metà strada, dopo non essersi considerati per anni.

(Parentesi-pettegolezzo: pare che all’attore Robert Shaw, appena visto ne “Lo squalo” sia capitata precisamente questa cosa. Dopo la morte di sua moglie fu depresso per un lungo periodo finché non si scoprì innamorato di quella che era stata la sua segretaria per più di un decennio, che sposò poco dopo)

Insomma, considerato quanto mi era piaciuta la commedia, mi sono approcciata al film con una notevole dose di aspettativa. Realizzato nel 1969 da Gene Saks (regista che tra l’altro seguiva sia a Broadway che a Hollywood tutte le rappresentazioni delle opere di Neil Simons: “A piedi nudi nel parco”, “La strana coppia” etc., quindi inpossesso diuna certa esperienza negli adattamenti teatrali al cinema), il film ha un cast stellare, con Walter Matthau nel ruolo del dentista, una bellissima Ingrid Bergam in quello dell’infermiera, e una giovanissima e incantevole Goldie Hawn che debutta nella parte di Tonia (e subito vince un oscar).

Goldie Hawn all'inizio del film: impagabili il baby doll e le enormi pantofolone di peluche rosa...

Beh, una vera e propria delusione. La Bergman è bellissima, e forse è poco credibile nel ruolo di zitella inacidita (chi mai correrebbe dietro a una ragazzina, con Ingrid Bergman in ufficio tutti i giorni?!) ma riesce ad essere convincente anche nei momenti comici più lontani dalla sua figura tradizionale. Goldie Hawn è semplicemente adorabile, e questo è il ruolo che l’ha resa celebre: con i suoi grandi occhi sgranati, innocente e svitata, ha incarnato in modo perfetto al parte della “bionda”, carina, scema e un po’ pazza.

La Hawn con la sua tipica espressione con occhi sgranati e Matthau

Il vero problema, è duro ammetterlo, è Matthau. Per quanto mi piaccia come attore, qui l’ho trovato davvero terribilmente legnoso. le sue battute non mi hanno fatto ridere, il suo aplomb che di norma trovo spassosissimo mi è parso maledettamente noioso. Mi è sembrata un’interpretazione senza verve, senza spirito.

Ingrid Bergman si scatena sulla pista da ballo...

La domanda che mi faccio ora è questa. Veramente il film è mediocre, o mi ha dato questa impressione solo perché l’ho ingiustamente confrontato con la rappresentazione dal vivo, ovviamente più vivace? Senza dubbio le rappresentazioni teatrali hanno una serie di vantaggi indiscutibili. Avere un attore in carne ed ossa che recita a pochi metri da te non è come avere qualcuno dietro al monitor della tv, o sullo schermo del cinema. Eppure resto convinta che in questa messa in scena mancasse qualcosa del brio che ho visto a teatro.

La mia impressione è che opere di questo tipo siano difficili da trasferire al cinema: con la loro recitazione serrata e con il loro susseguirsi di battute necessitano di una notevole intensità e di una tempistica assolutamente poco compatibile con quella della macchina da presa. Questo non toglie che il cinema si apieno di grandiosi adattamenti da teatro. Ma per quel che mi riguarda, non è questo l’esempio migliore…

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