Lo squalo

Ovvero: saper raccontare una storia, prima di ogni altra cosa

Ora, io no voglio sembrare una purista, che fa grette questioni lessicali… ma perché nel passaggio dall’inglese all’italiano, i titoli dei film perdono quasi sempre tutto il loro charme?

Un esempio lampante: “Lo squalo”. Il titolo originale era “Jaws”(“Fauci”): conciso, allusorio, impattante. Non rivelava nulla, ma al tempo stesso solleticava subito la fantasia, andando ad identificare il “pezzo” dell’animale che era la fonte di tutto il terrore, e non altro. “Lo squalo” invece, oltre a vincere il premio come “Titolo meno originale dell’anno”, fa capire subito di che si tratta, e non lascia proprio nulla all’immaginazione.

Va beh, considerazioni lessicali a parte, ammetto di non aver mai visto questo film in 30 anni: una profonda conoscenza della mia personale natura isterica mi ha spinto fin dalla più tenera età ad evitare ogni forma di cinematografia che potesse in qualsiasi maniera impressionarmi. Questo da quando, a circa 8 anni, mi capitò di vedere uno spezzone di Airport ’77, il giorno prima di dover prendere un aereo: incubi, pianti, scene a non finire. Non parliamo di film dell’orrore (avere nozione dell’esistenza di film come “l’esorcista” è più che sufficiente a farmi dormire con la luce accesa), molto violenti (sopporto solo quelli tanto esagerati da far ridere, tipo “Sin City”), o suggestivi quanto a situazioni o scene (ho pianto per due giorni dopo aver visto “Brazil”…).

Tutte queste cose mi hanno spinto ad evitare con cura di vedere “Lo squalo”: già mi immaginavo le scene di panico nella mia spiaggetta pacifica e piena di bambini urlanti in liguria. No, no, no: “Già ora non riesco a nuotare serenamente se non vedo il fondo, figuriamoci se vedo film simili!”

Quindi, cosa mi ha fatto cambiare idea?

Un libro vivamente consigliato!

Un libro fantastico, che ho letto un po’ di tempo fa: “Anni ’70 – la musica, le idee, i miti”, di Howard Sounes. Nel libro vengono trattati, in maniera assolutamente discorsiva e del tutto slegata, una serie di temi, tipici di quel periodo: uno dei filoni più interessanti è proprio quello del cinema, ed in particolare degli adattamenti cinematografici dai romanzi.
Molti dei film di maggior successo di quel periodo sono infatti tratti da romanzi, e quasi sempre da romanzi con un mediocre valore letterario. E’ il caso della saga de “Il padrino”, de “Il giorno dello sciacallo” e de “Lo squalo”.

La descrizione di questo film fatta nel libro di Sounes, la banale constatazione che fu il primo enorme successo di un regista (Steven Spielberg) che di successi ha disseminato un ventennio, e la voglia di prendermi una “pausa contemplativa” da Hitchcock mi hanno convinta: lo davano in tv, e non ho cambiato canale. Ironicamente insieme a me c’era un tenero virgulto, prodotto dell’annata 1970, appunto, che aveva avuto la fortuna di vedere il film al cinema, l’anno in cui uscì. Negli occhi di un bambino di 6-7 anni non si era trattata proprio di una “fortuna”…

La celeberrima, stupenda, locandina

Una premessa fondamentale: si tratta di un film del 1975, e si vede. Stiamo parlando di anni in cui non esisteva nessuna forma di Computer Graphic e gli effetti speciali erano qualcosa di primitivo: ormai siamo talmente abituati ad un esasperato livello di realismo da trovare difficile digerire film di quegli anni. Eppure è altrettanto vero che i veri capolavori non sentono il peso del tempo: basta pensare ai “vecchi” Guerre Stellari, ancora oggi stupendi e godibilissimi, e confrontarli con la trilogia più recente per capire come la tecnica più avanzata del mondo non basti da sola a fare un bel film.
Forse quello che impressiona più di tutto de “lo Squalo” è proprio questo: la capacità narrativa è talmente grande da sopperire ad ogni altra cosa, e il film regala ancora oggi la stessa emozione del 1975.

In realtà gli stessi produttori hanno ammesso che tecnicamente il film fu un disastro completo: tutto quello che poteva andare storto andò storto ed in particolare lo squalo meccanico, una gigantesca marionetta costruita per le riprese dove l mostro era visibile, fu una continua fonte di rallentamenti e ritardi. In un certo senso, forse, fu proprio questo a fare la grandezza del film.

La sceneggiatura finale aveva ben poco a che vedere con il libro di Peter Benchley. Il romanzo era una specie di pastiche di una avventura, mafia, romanticismo e tradimento e la prima importante decisione nella stesura del testo per il film fu quella di togliere tutto il superfluo e di incentrare tutto sullo squalo, appunto. Ma mentre si aspettava di girare, la sceneggiatura venne ripresa e limata fino all’ultimo momento, e tutti i personaggi subirono pesanti cambiamenti.

“Lo squalo” è in realtà una storia semplice, con pochi personaggi principali e un susseguirsi di fatti abbastanza serrato. La prima parte del film è a terra, e il tema principale è quello della presa di coscienza. In una ridente località balneare, poco prima della festività nazionale del 4 luglio, si verificano una serie di sparizioni in mare. Diventa a poco a poco chiaro che l’autore di queste morti brutali è un gigantesco squalo, che ha fatto della zona il suo terreno di caccia. La storia si impernia tutta sulla lotta tra un neo-capo della polizia, apprensivo e pieno di senso del dovere, e la dirigenza della località, che non non gli permette la chiusura delle spiagge per non avere danni economici con le imminenti vacanze.

Martha Vineyard è un isola del Massachussets che venne scelta per le riprese in quanto il fondale intorno era molto basso e piatto. Si poteva girare con l'acqua bassa pur essendo abbastanza lontani dalla costa da non doverla inquadrare.

E’ singolare come in un film di avventura ci sia così poca azione: la prima parte del film è più basata sulla suspence, e serve a creare l’atmosfera giusta e a presentare i personaggi. E’ da notare come il mostro non si vede mai in questa parte di film: nelle riprese più cruente vediamo il suo punto di vista (e guardiamo con i suoi occhi la gente che nuota sopra di lui), e la sua presenza è evocata dai “resti” che si lascia dietro, dalle macchie di sangue nell’acqua, dalle urla della folla terrorizzata. In realtà il tono del film è piuttosto “familiare”: i corpi dilaniati si intravedono appena, non c’è nessun compiacimento morboso, eppure le scene sono comunque di notevole impatto. Proprio perché lasciano immaginare più di quel che mostrano. La scena più memorabile, con la testa del pescatore che compare nella falla della barca affondata, fa ancora saltare sulla sedia, proprio come quando è uscito il film. Incidentalmente, quella scena fu inserita a riprese già fatte su esplicita volontà si Spielberg, che ci mise anche i soldi di tasca propria.

La scelta di nascondere il più possibile quello che nel tipico film “di mostri” viene solitamente mostrato non era casuale: lo squalo meccanico usato per le riprese non solo non funzionava mai, ma era anche scandalosamente finto: molte delle scene originariamente pensate dal regista non c’erano, e in fase di montaggio si dovette trovare una soluzione. Scrive Sounes: “Il trucco doveva essere quello di coinvolgere talmente il pubblico nella vicenda da fargli accettare la scarsa credibilità del mostro”.

I tre protagonisti in alto mare

Ma non solo. La prima parte del film crea un legame di forte identificazione con i tre personaggi principali, unici protagonisti della seconda metà. Il pauroso, ordinato, integerrimo capo della polizia Brody (interpretato da Roy Scheider) è il tipico onesto padre di famiglia, dedito al proprio lavoro, alla bella moglie ed ai figli. Il classico “americano medio”, con cui chiunque si poteva identificare e che nel film è all’inizio più un “testimone dei fatti” che non un eroe: è quello privo di qualifiche e di esperienza, al contrario degli altri due “compagni di pesca”, ed il suo punto di vista è quello di una persona comune: è spaventato, ma vuole che la sua famiglia e i suoi compaesani siano al sicuro.
Accanto a lui Richard Dreyfuss interpreta l’oceanologo Matt Hooper: la tipica figura di studioso, barbuto, occhialuto, educato ed entusiasta, che si approccia al “problema” carico di voglia di scoprire e con un preciso metodo scientifico. Ed infine, il grande attore inglese Robert Shaw, nella parte del “capitano Acab” di turno: Sam Quint, un marinaio ruvido e dedito all’alcool, che viene infine incaricato di togliere di mezzo lo squalo e accetta di malavoglia di portarsi dietro gli altri due.

La seconda parte del film è tutta ambientata in mare, sulla barca di Quinti, L’Orca, ed è dominata da un tono molto diverso: non c’è più alcun sollievo dato dalla sicurezza della terra ferma, delle persone e della famiglia. I tre uomini sono soli, e presto si trovano in balia del mostro che dovrebbero cacciare. La claustrofobia domina sovrana, insieme ad un crescente senso di impotenza. E’ qui che Spielberg mette la scena centrale del film, quella giustamente più celebre: la notte prima della “grande caccia” i tre uomini si ubriacano, nella tipica scena “attorno al fuoco” e per la prima volta si scoprono accomunati da qualcosa e amici tra di loro. Il personaggio più complesso da gestire in questa fase era quello di Quint: mentre Brody e Hooper sono innocenti e “carini”, lui è scorbutico, indurito, prepotenze e scortese con tutti. Dei tre era senza dubbio quello con cui il pubblico si sarebbe identificato meno e conseguentemente quello che nessuno avrebbe voluto veder salvo. Occorreva trovare un altro trucco, per renderlo umano e simpatico, occorreva pensare qualcosa per avvicinarlo al pubblico.

Vuole la leggenda che il monologo di Quint, il punto focale della scena, sia stato scritto dall’attore stesso (che era anche uno scrittore di successo). Sempre la leggenda dice che la scena, come compare nel film, sia un collage di riprese fatte con un Robert Shaw autenticamente sbronzo e di altre con l’attore sobrio. Leggende a parte, resta il fatto che si tratta di un pezzo splendido, splendidamente recitato ed in grado di dare in pochi minuti una prospettiva completamente nuova sul personaggio e sulle sue motivazioni: il marinaio alcolizzato diventa un eroe di guerra traumatizzato, vittima del proprio passato. La conclusione del film, di li a poco, vedrà il realizzarsi dei suoi incubi, mentre lo squalo lo divora dalla vita in giù.

Lo squalo meccanico forse era una brutta marionetta senza vita, come dice Sounes: personalmente non ci ho proprio fatto caso. Nelle poche scene in cui compare lo spettatore è sempre talmente colto di sorpresa da non avere modo di realizzare i limiti tecnici. il film è senza ombra di dubbio, anche un capolavoro di montaggio. La prima scena dove compare lo squalo, che viene visto dal solo Brody a poppa della barca, lascia agghiacciati. E nelle ultime scene, dove l’animale viene ucciso, l’azione è talmente concitata e lo spettatore ormai talmente coinvolto dalla perfetta macchina narrativa di Spielberg da non mettere mai per un istante in dubbio il realismo di quanto gli viene mostrato.

Steven Spielberg sul set, in umido...

Il film ha creato una leggenda, ma non solo: ha creato anche il concetto del blockbuster e soprattutto ha consacrato Spielberg come regista, a soli 26 anni. La sua maestria narrativa è evidente, ma quello che mi ha colpito di più, tra le molte cose riportate da Sounes, è stato il racconto della sua sicurezza, e della maestria con cui nonostante la sua età riuscisse a gestire attori, produttori, difficoltà tecniche e pressioni economiche. Una sicurezza che denota un grande regista…

Quello che resta del film, e che ancora oggi impressiona, è la maestria della narrazione, portata avanti attraverso delle geniali idee fotografiche e un montaggio veramente accorto. Quello che resta è l’originalità delle situazioni, le riprese inventive, il carisma dei personaggi.
Il film è stato il primo di una lunga serie, e i suoi successori hanno creato a tutto il franchise de “Lo squalo” una ben triste nomea di filmoni da due soldi, di blockbuster per ragazzini in cerca di brividi facili: eppure questo primo film ha un valore unico, per la storia del cinema, di Spielberg come regista e della cultura formata negli anni ’70. E al di là di tutto questo resta una grande storia, e un gran bel film.

Links utili: La pagina del sito Horrorville relativa al film, con immagini e una bella recensione, in inglese. E il sito ufficiale del film, con foto e dettagli.

PS: la locandina di questo film è un autentico capolavoro, ripreso, citato, satirizzato in miliardi di modi diversi.

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Versione Super Mario, realizzata da un artista di deviantart.com

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