Rebecca – La prima moglie

Ecco un bell'esempio di attori resi pressochè irriconoscibili dall'artista

A volte le aspettative ci fregano. Non ne avevo nessuna per “Il caso Paradine”, che infatti ho trovato meraviglioso, mentre ne avevo parecchie per “Rebecca”.

Primo film americano di Hitchcock e unico della sua carriera a vincere un Oscar come miglior film, è al 97° posto deo migliori film dell’IMDB e ha una notevole fama anche tra i non appassionate. Ha un cast stellare che vanta due attori insigniti per meriti teatrali dalla Regina in persona (Sir Laurence Olivier e Dame Judith Anderson), Joan Fontaine nell’interpretazione che l’ha resa celebre, George Sanders in una parte sgradevole perfetta per lui e l’ex Sherlock Holmes Nigel Bruce nella parte (elementare!) dell’investigatore. Ha anche una fotografia celeberrima e una direzione artistica che ha fatto scuola, con i suoi interni gotici e la sua ricostruzione meticolosa del “tipici” castello inglese. Le aspettative insomma non mancavano, anzi…

La storia raccontata è senza dubbio unica. Tratto da un celebre romanzo di Daphne Du Maurier, “Rebecca” ha per protagonista una fanciulla giovane, timida, innocente che si trova a perdersi una foresta oscura. Non è un caso se il film è stato definito (da nientemeno che Truffaut) “una fiaba”: gli elementi ci sono tutti. L’eroina senza nome, la strega, gli aiutanti, il principe.

La prima parte del film, ambientata a Montecarlo, è in aperto contrasto con il resto: solare e piena di humour, qui facciamo la conoscenza della protagonista, una fanciulla di modesti natali che accompagna una ricca signora in viaggio, con mansioni da “segretaria”. Una ragazza come tante, del tutto insignificante. Non ha denaro, non ha nobiltà, non ha stile, non ha educazione, non ha cultura. Disegna, ma non ha talento. E’ bella, ma di una bellezza innocente e senza pretese, senza carattere. Non ha personalità né orgoglio, è abituata a chinare la testa.
Insomma, il personaggio di Joan Fontaine vuole essere tanto anonimo da non meritare neppure un nome. Ma è l’attrice che interviene e fa il miracolo, cambiando le sorti del film (e della propria carriera): Joan Fontaine quel personaggio ce lo fa amare. Solare, radiosa, bellissima: il suo candore e la sua semplicità tolgono il fiato e lasciano lo spettatore ammutolito. La sua interpretazione è di un’immediatezza davvero incredibile, assolutamente moderna e rende completamente credibile ogni passo del film. Incluso il fatto che questa eroina senza nome riesca, in maniera del tutto involontaria, a fari innamorare di sé il più bel principe di Montecarlo (nella bella persona di Laurence Olivier), dall’altisonante nome di De Winter.
Insieme i due passano dei giorni bellissimi, e la fanciulla non sembra riuscire a credere alla propria fortuna. Mentre viaggia sulle montagne di Montecarlo accanto all’uomo che ama, un uomo che lei ritiene tanto perfetto e superiore da non poter nemmeno immaginare che la ricambi, il suo volto si incide nella mente dello spettatore: è il volto di un angelo, un volto che incarna l’innocenza e la semplicità. Insomma, Joan Fontaine strega il complesso e tenebroso De Winter con il suo fascino inconsapevole, ed in pochi giorni i due sono marito e moglie.

Ecco invece un bell'esempio di come tutto un film possa essere reso irriconoscibile: un poster degno di un Harmony di terz'ordine

L’inizio pare tutto rose e fiori: ma finito il viaggio di nozze la coppietta fa ritorno al castello… e i problemi non tardano a comparire. Il principe è gentile, ma a tratti scostante: si rabbuia inaspettatamente, è brusco nei modi, tratta la ragazza con un certo distacco. Parentesi di pettegolezzo: pare che Laurence Olivier sul set trattasse davvero malissimo la Fontaine, perché avrebbe preferito avere al suo posto l’allora fidanzata Vivian Leight. Un dettaglio assolutamente credibile: Olivier è in questo film particolarmente altezzoso e sulle sue. Di lui si sa che è perseguitato dal ricordo della propria prima moglie, morta annegata un anno prima: Rebecca. E anche se lo spettatore non la vede mai, nemmeno in un flashback, Rebecca diventa a poco a poco la protagonista della storia: dà il titolo al film e il suo nome e le sue iniziali sono ovunque, su ogni oggetto, sulla bocca di ognuno. Di lei si apprende qualcosa poco alla volta: era bellissima, raffinatissima, adorata dal marito e da tutti. In particolare dalla governante, l’inquietante signora Danvers, che ne porta avanti il ricordo con la stessa dedizione di una sacerdotessa.

Proprio come in una fiaba, il personaggio del principe è secondario, mentre è l’antagonista quello con cui l’eroe si deve misurare. E in questo film infatti lo scontro è tutto tra la radiosa Joan Fontaine, giovane e spontanea, e la cupa, controllatissima, Judith Anderson. Considerata una delle più grandi attrici di teatro mai esistite, qui la sua performance è un capolavoro di precisione. Senza mai scadere nel gotico (nonostante le premesse ci fossero tutte), e senza mai andare sopra le righe, la Anderson dà vita ad un personaggio spettrale e realistico al tempo stesso, diabolico con gli altri perché tormentato dalle proprie ossessioni, terribile e al tempo stesso pietosamente malato di follia.

In realtà il film ha anche un altro, importantissimo protagonista: la casa dei De Winter, il bellissimo castello di Manderly. L’atmosfera è una delle caratteristiche essenziali del film, e Manderly contribuisce alla sua creazione in maniera cruciale: un antico castello gotico, ricostruito in maniera decisamente carica (adatta al pubblico americano), con degli esterni tutti gugliette e finestroni gotici e degli interni zeppo di quadri, arazzi, mobili in quercia, tende che si muovono, biblioteche e caminetti sospetti. La fotografia a sua volta è fondamentale, in un continuo giocare con le ombre portate, con i chiaroscuri, con i punti di vista. Tecnicamente questo film avrebbe potuto essere girato a colori: per fortuna è rimasto in bianco e nero: non sarebbe proprio stata la stessa cosa, altrimenti!

In questa casa bellissima la protagonista si muove con un crescente stato di timore ossessivo. La figura di Rebecca infatti la perseguita: ognuno dei personaggi con cui entra in contatto la paragona alla “prima moglie” e lei si rende dolorosamente conto di quanto questo paragone sia a proprio svantaggio. Il cuore pulsante di questo film, la sua modernità, la sua bellezza non sono nell’intreccio, nel colpo di scena finale, nelle belle immagini, ma qui, in questo groviglio di emozioni lasciate scoperte, che l’innocenza del personaggio centrale e la maestria dell’attrice che lo interpreta portano costantemente alla luce.
Il leit-motif del film è il senso di inadeguatezza e inferiorità, che diventa un’ossessione e che porta a fraintendere ogni cosa, diventando un chiodo fisso in un crescendo di depressione: “Sono inferiore, inferiore, inferiore, non valgo nulla, morire sarebbe meglio.” La nuova signora De Winter si convince facilmente di questo, un po’ perché nessuno le parla chiaramente della defunta moglie, e la lascia a fantasticare su una figura sempre più mitica, e un po’ perché attorno a lei non mancano i personaggi che la mettono in discussione. La sua datrice di lavoro, a Montecarlo, la definisce “uno straccetto”, e da lì in avanti il film è costellato di aspettative. I parenti del marito sono convinti che lei sia una ballerina, la servitù si aspetta un’altra gran dama, il signor De Winter stesso sembra deluso.
Ma in realtà il dramma è tutto nella sua testa. In realtà tutto il film non ci sarebbe mai stato se lei per prima non si fosse sentita tanto inferiore, tanto a disagio. La sua adolescenziale, completa mancanza di fiducia in sé stessa la porta a reagire alle comprensibili aspettative degli altri in maniera autodistruttiva: sentendosi continuamente messa in discussione finisce per fare sempre peggio. Non riesce a credere all’amore del marito, e si comporta in modo da allontanarlo. Non riesce a vedere il genuino affetto dei suoi parenti, dei suoi collaboratori, che pure le dicono apertamente come la sua modestia e innocenza li abbiano colpiti.

Ed ecco le due vere protagoniste del film, l'eroina e la sua nemesi

La sua nemesi è la perfetta governante: completamente padrona di sé, della casa, della situazione, questa costruisce poco per volta la rovina della rivale, alimentando i suoi timori, spargendo sale sulle sue ferite. Joan Fontaine interpreta una persona sana di mente, che si crede pazza per via della propria insicurezza e scivola nella depressione. Judith Anderson invece interpreta una donna completamente folle, che riesce ad apparire sanissima grazie alla propria incrollabile sicurezza. Lo scontro tra le due divampa quando la signora De Winter decide di impuntarsi e di diventare la padrona di casa (decidendo di organizzare il ballo in maschera): ma il suo è l’impuntarsi di una bambina, non ha alcuna forza personale e la rende ancora più fragile, portandola quasi alla rovina. La malefica signora Danvers sembra trionfare, e arriva a istigare apertamente la ragazza al suicidio (nell’unica scena del film forse appena un po’ sopra le righe)… ma alla fine fallisce miseramente, come sempre succede alla pazzia.

La conclusione del film, in un crescendo di colpi di scena, serve proprio a ribaltare il punto di vista. E’ solo quando viene fuori chi è davvero Rebecca, la temutissima, mitica prima moglie, che la seconda comincia a vivere: perché capisce come il marito abbia amato lei, e lei sola, come qualcosa di unico, ed esattamente per quello che è. La sincerità di questo sentimento le danno finalmente quella sicurezza che lei da sola non trovava, la rendono finalmente libera e padrona delle proprie azioni. Finalmente diventa non un’ospite, ma una compagna. Finalmente le sentiamo dire “Voglio!”, la sentiamo prendere posizione. E lo spettatore capisce come il suo senso di inadeguatezza fosse un gigantesco castello di carte che lei stessa si era costruita.
Rebecca, nell’economia della storia, è una specie di filtro deformante, di maschera (e non ha caso lo snodo della trama è dato proprio da un ballo in maschera): rimosso quel filtro le cose ci appaiono finalmente per quello che sono, siamo finalmente in grado di metterle in una prospettiva reale. Il marito affranto è una vittima, la governante una folle ossessionata, la seconda moglie una creatura priva forse di quelle qualità, ma anche di quegli enormi difetti.
La vera conclusione emotiva del film è nel dialogo chiarificatore tra un Laurence Olivier distrutto, ma finalmente sincero, e una Joan Fontaine non più innocente, ma finalmente adulta e padrona di sé.

Dopo quella scena il film prende la piega del feuilleton. Compare George Sanders, nella parte per lui tipica del playboy lascivo (e qui particolarmente bravo nel rendersi sgradevole), che cerca di sabotare la coppia appena riformata in ogni modo. C’è parecchia suspense, ma alla fine tutto si risolve, con un colpo di scena inaspettato che arriva proprio quando tutto sembra perduto.
Le battute conclusive del film sono la parte che mi ha lasciato l’amaro in bocca. Rinunciando alla tensione tutta psicologica mantenuta fin’ora, la trama diventa un susseguirsi di esplosive rivelazioni (“Oddio, l’ha uccisa lui! No, è morta per sbaglio! Ma come, era incinta! Ah no, era malata! Perbacco, si è suicidata!”) fino alla scena finale, un degno remake di Jane Eyre, con il castello di Manderly avvolto dalla fiamme e la folle sagoma della governante che si aggira nelle stanze.
Una fine che probabilmente rende omaggio al libro originale della De Maurier (che pare fosse esattamente un feuilleton), ma che ha un po’ disatteso le aspettative che la raffinata atmosfera psicologica aveva creato.

L’altra personale delusione l’ho avuta, devo ammetterlo, dall’ambientazione. Il castello gotico e molte delle scene al suo interno mi sono sembrate un po’ un cliché. E forse proprio questo voleva dire Truffaut quando parlava di fiaba: le fiabe non sono proprio famose per la loro originalità. Il loro fascino però è nell’essere fuori dal tempo: e invece il gusto di quella casa tanto barocca rende molte delle ambientazioni un po’ datate, e un po’ scontate, insomma: “Ecco come gli americani immaginavano un castello inglese, nei primi anni ’40!”

La presenza di Laurence Olivier, nella sua tipica parte di nobile inglese orgoglioso, scostante, rapido nell’arrabbiarsi e passionale fanno parte di questo cliché: la sua interpretazione non è secondo me (il cinema mi perdoni per ciò che sto per dire) all’altezza, ma devo ammettere una cosa: ho detestato tutte le sue interpretazioni di questo periodo, dal Darcy di “Orgoglio e pregiudizio” all’Heatcliff di “cime tempestose, quindi sono fondamentalmente di parte.

Come ne “Il caso Paradine”, il personaggio centrale della storia è una donna bellissima, inizialmente perfetta ed angelica, che si rivela poi diabolica e manipolatrice. Qui non ci viene nemmeno mostrata, e il suo fascino diventa ancora più incombente proprio perché non è mai esplicitato: la conosciamo solo per come ci viene descritta, per l’ossessiva dedizione di chi le è stato accanto.
Simbolicamente, alla fine del film apprendiamo che Rebecca per mantenere il proprio incognito usava come falso nome quello della governante: i due personaggi si fondono in un’unica entità. La governante da voce al fantasma della padrona, ne è il tramite. E Rebecca a sua volte “diventa” la Danvers negli attimi finali. In questa fiaba l’antagonista è insomma sdoppiato: la sua anima è il fantasma di una morte, e il suo corpo quello di un pazza.
Proprio come nelle fiabe, il centro della storia è nella crescita personale del protagonista: inizialmente una fanciulla innocente, ma priva di forza e di sicurezza, nel corso degli eventi Joan Fontaine rinuncia a qualcosa del suo candore, ma diventa una vera donna, in grado di assistere il marito nelle sue traversie come una compagna, allo stesso livello.

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