Il caso Paradine

La mia tipologia preferita di poster dell'epoca: teste fluttuanti a go-go! Da http://www.doctormacro.com

Prosegue il mio tentativo ormai quasi decennale di vedere tutti i film di Hitchcock… avendo iniziato con i” classici”, sono rimasti in fondo quelli meno noti, come questo. Ovviamente parlare di un film “meno noto” di Hitchcock è un po’ come parlare di una b-sides dei Beatles: ci sono artisti talmente geniali e perfetti che possiamo permetterci di relativizzare, e spacciare come “scarse” opere che in realtà restano grandissime e hanno come unico limite quello di dover stare accanto a “Yestarday”.

E’ un po’ il caso di questo film: il suo unico difetto è quello di non essere un altro Vertigo… ma questo non vuol dire che non si tratti di un’opera davvero affascinante, con delle interpretazioni fortissime e delle scene davvero indimenticabili.

La storia è semplice: nell’Inghilterra degli anni ’40, dove esiste ancora la pena di morte per gli assassini, Gregory Peck è un brillante avvocato, a cui viene richiesto di difendere Alida Valli, donna bellissima ed enigmatica accusata di aver avvelenato il marito, ricchissimo e cieco. “La solita storia”, insomma, il solito giallo, con un finale quasi scontato. Beh, in effetti si. Ma quello che fa la differenza è il modo in cui Hitchcock la racconta, o meglio ancora: il modo in cui la mostra. Perché il fascino di questo film è tutto nella regia: una perfezione maniacale nella costruzione di ogni scena, di ogni inquadratura fanno di una storia banale un capolavoro che va molto al di là del semplice “giallo” avvocatizio.

Hitchcock gioca con gli stereotipi: si compiace della banalità del suo materiale e lo rigira, instillando un continuo senso di ansia e di dubbio nello spettatore. Prende una situazione banale, poi la fa vedere da angolazioni diverse, poi palleggia tra campo e controcampo e ci nasconde gli attori, i loro visi, poi ce li mostra incerti e dubbiosi. E la vera suspense del film è tutta qui, nel continuo senso di dubbio, che porta al limite della paranoia: quella donna è davvero una santa innocente? è davvero una strega colpevole e manipolatrice? ma chi sta manipolando chi? e perché?

Alida Valli, bellissima e imperturbabile... da http://www.doctormacro.com

Ma questo personalmente non l’ho capito subito. La mia prima impressione folgorante, a dire il vero, è stata tutta per Alida Valli: la sua interpretazione è un assoluto capolavoro di minimalismo (e questo in un epoca dove il minimalismo recitativo non era molto di moda!). Valli costruisce tutto il proprio personaggio, tutta la propria bellezza, grazie a gesti lenti, cenni impercettibili, sguardi lenti ed enigmatici.
Ma in realtà ci vuol poco a realizzare che il genio non è suo: è tutto del registra, di come la inquadra e la presenta. Inizialmente serafica vittima della situazione, signorilmente stoica davanti al carcere: il suo avvocato al definisce “di una calma quasi mistica”, i suoi connotati sono quasi angelici. Poi, mentre la storia procede, Hitchcock inizia a insinuare: il suo passato non è certo adamantino, la sua condotta non proprio esemplare. Ma è chiaro: è stata lei, lo ha fatto per soldi, usa il suo fascino come un’arma per concupire il proprio avvocato e convincerlo a difenderla! Lo sta sfruttando, sta rovinando il suo matrimonio, quell’arpia! Ma è davvero così? Non è forse vittima di un avvocato che ha perso al testa? O meglio ancora, di sé stessa, della propria bellezza, del proprio fascino?

Gregory Peck all'apice del suo fulgore... Da http://www.doctormacro.com

Gregory Peck sembra uno stereotipo di un altro tipo: all’inizio del film viene presentato come l’avvocato e il marito perfetto, innamorato del lavoro e della moglie, sincero e corretto. Gli viene rimproverata una certa irruenza, un certo romanticismo: ma senza dubbio in un uomo tanto esemplare questi tratti non potranno che essere positivi… o no? Man mano che la sua cliente e la causa lo assorbono, sembra perdere completamente la testa e il controllo. Accanto ad Alida Valli, si rivela per qualcosa di completamente differente: sembra ingenuo, al limite del facilone, ottuso e insensibile.

Il suo fallimento come avvocato non è che la causa diretta di questo suo fallimento come uomo: con un’ottusa ostinazione, ignora ogni segnale e ogni consiglio, persegue una strada puramente emotiva, del tutto irrazionale. La moglie, i colleghi e gli amici cercano in ogni modo di metterlo in guardia e aprirgli gli occhi: ma è proprio la sua infatuazione che gli rende impossibile comprendere la realtà e lo porta a sviluppare strategie basate sui suoi sogni, e non sui fatti reali. Il suo precipizio negli abissi dell’irrazionalità lo porta a perdere ogni cosa: incapace di vedere il marcio della propria cliente non dà retta a nessuno, e il suo castello di elucubrazioni finisce per travolgere ogni cosa.

E la Valli, lei, che cosa cerca di fare invece? La sua rovina è in ultima istanza causata proprio da quell’infatuazione che lei stessa sembra aver cercato di creare: facendo innamorare di sé il proprio difensore finisce per renderlo incapace di difenderla. Ma è proprio così? E’ davvero stata lei a manovrarlo? O ha fatto “tutto da solo”, fraintendendo? I quesiti grandi e piccoli si moltiplicano nel corso del film: la meticolosità delle inquadrature di Hitchcock, che dipana con precisione maniacale la macchina da presa su ogni dettaglio, fa precipitare nella paranoia: perché la stanza della signora nella casa in campagna è sfatta? Perché quella biancheria, che lui fissa con una passione morbosa? Perché la servitù sembra tutta intuire qualcosa?
L’enigma più grande sono le persone, le loro imperscrutabili emozioni, le loro scelte. Per ogni volto in cui Hitchcock indugia per più di un’inquadratura, lo spettatore si interroga: qual’è il suo ruolo, il suo posto? Che cosa pensa, cosa c’è dietro a quell’espressione? Che cosa nasconde?

Le scene più interessanti sono forse quelle che vedono insieme i due personaggi principali, durante gli interrogatori in carcere. Nel corso del film lei sembra prima inerme, poi manovratrice… e di continuo viene inquadrata la donna che la accompagna all’interrogatorio, fuori dalla stanza. E di nuovo, la paranoia insinuata da Hitchcock: chi è quella donna? perché quello sguardo? che cosa fa li? che cosa pensa? che cosa centra con tutta questa storia?

Il cast al completo, in una di quelle deliziose cartoline ritinte. Da http://www.doctormacro.com

Il cast di “contorno” tra l’altro riesce ad assicurare al film alcune delle scene migliori. Le scene iniziali tra Gregory Peck ed Ann Tod sono un decalogo di felicità coniugale che lascia la cupa sensazione di qualcosa che presto verrà infranto. Ann Tod, bravissima del ruolo di moglie incrollabilmente fedele e innamorata, è un personaggio enigmatico: vigila sull’infatuazione del marito, che le spezza il cuore, ma non vuole che rinunci alla causa. Vittima di un marito assente e consumato da un amore impossibile per un’altra, sembra lo stereotipo della martire sofferente. Eppure anche questa volta Hitchcock con lo stereotipo si burla: perché è la moglie che fa in modo che lui insista, è lei che non lo fa rinunciare. Non vuole darla vinta a quella donna, non vuole vederla morire, non vuole che al marito resti il dubbio di averla amata: sembra pensare: “Ma si, togliti lo sfizio, amala, salvala, e poi quando avrai capito torna da me, perché so che da me tornerai”. Ma ogni dialogo tra i due lascia l’ombra di un dubbio: e se fosse l’avvocato, abile con le parole e scaltro a sfruttare l’amore della moglie, che la influenza?

Charles Coburn nella parte, per lui tipica, del vecchietto buono, un po’ rincoglionito ma distinto regala un sorriso, soprattutto nelle sue interazioni con la figlia (Joan Tetzel, ironica e piccante attrice di Broadway), assai più scaltra, intraprendente e interessata al caso di lui.

Charles Laughton... cattivo, cattivo, cattivo. Da http://www.doctormacro.com

Charles Laughton, ha un ruolo piccolo, ma meraviglioso nei suoi risvolti quasi inquietanti: è il giudice del processo, che ci viene presentato subito come un autentico capolavoro di laidezza. Non solo maltratta ingiustamente la moglie dolcissima e piena di pietà e attenzione per tutti (Ethel Barrymore, in un altro ruolo a lei tipico, ma come sempre perfetta al punto da meritare una candidatura come Miglior Attrice non protagonista), ma è anche lascivo e arrogante. Eppure, anche in questo caso, è solo l’ultima scena che ci rivela la realtà oltre lo stereotipo: perché la gioia e il compiacimento con cui annuncia la conclusione della vicenda alla moglie, sono degne del più consumato dei sadici. “Sarà impiccata tra tre settimane”.

Links utili: Dr. Macro, con un bel riassunto in inglese, delle interessanti note sulla produzione del film e un sacco di immagini stupende

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